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Contributo al dibattito sul Sistema di Difesa Integrato [ S.I.D. ] "Scudo Stellare"
A cura dell'Istituto di Studi Comunisti K. Marx F. Engels - Per contatti: istcom@libero.it
n° 5
11 Settembre 2001
"È dunque necessario, nel discutere dell'Iniziativa di Difesa Strategica,
aver chiaro che un efficace scudo antimissilistico globale, che renda impotenti
e superate le armi nucleari, non può essere realizzato.
"La maggiore difficoltà di realizzare un tale sistema, rispetto
alla capacità di intercettare un singolo vettore nucleare, è confrontabile
alla differenza che passa fra la capacità di rimpiazzare un dente cariato
con una protesi ( o magari un cuore malato con un organo artificiale ) e quella
di costruire in laboratorio un uomo completo a partire dalle materie prime."
(da Documento del Consiglio Scientifico dell'Unione Scienziati per il Disarmo,
29. 05. 1985 ).
" Se mai potrà essere installato, lo scudo spaziale, dovrà funzionare, e perfettamente, la prima volta."
In Appendice stralci del
Documento del Consiglio Scientifico della
Unione Scienziati per il Disarmo.
Napoli, 01. 09. 2001
Parte Prima
Le questioni scientifiche.
La principale novità concettuale e tecnologica del progetto SDI sta nell'ipotesi
che sia possibile colpire e rendere inefficaci le armi nucleari nemiche in qualunque
tratto del loro percorso, compreso quello immediatamente successivo al lancio
del missile che trasporta.
L'idea di base è quella di allestire più strati difensivi, ciascuno
associato ad una delle fasi della traiettoria del missile. Poiché in
ciascuna fase le caratteristiche del volo del missile sono diverse, e diverse
sono anche le dimensioni e le proprietà del missile e dei sistemi di
trasporto delle testate, ciascuno strato difensivo dovrà essere costituito
da componenti con funzioni e prestazioni diverse. Tutti i più dettagliati,
ipotetici, schemi di funzionamento riguardano l'intercettazione di missili balistici
strategici ed in modo specifico a quelli basati a terra. Di questi si conosce,
infatti, con precisione la dislocazione e la posizione ed è quindi possibile
pensare di riuscire a tenere sotto controllo tutte le basi missilistiche costantemente
e puntamento.
Già più complesso è il caso di intercettazione di missili
balistici lanciati da un sottomarino: questo ha in immersione una grande libertà
di movimento e bassissima probabilità di essere localizzato, può
quindi avvicinarsi fino a poche centinaia di chilometri dalle coste del paese
che volesse attaccare.
Iniziamo ad entrare in un'analisi più particolareggiata, ossia ad esaminare
le caratteristiche fondamentali delle varie fasi della traiettoria di un missile
strategico equipaggiato con testate nucleare multiple ed i requisiti tecnici
che debbono soddisfare i vari sistema di arma associati a ciascun strato per
svolgere in maniera efficace la loro funzione difensiva. Va qui ribadito che
è prerogativa ineliminabile controllare il funzionamento di ciascun strato
e coordinare il funzionamento di tutti gli strati con un altissimo grado di
integrazione ed interconnessione.
Tale sistema dovrà funzionare, e perfettamente, la prima volta che viene
messo in atto: una seconda volta non ci sarà.
Quattro sono le fasi della traiettoria di un missile balistico.
1. La fase di spinta.
Al momento del lancio il silo che contiene il missile si apre, il missile viene
espulso dal silo, generalmente da gas ad alta temperatura e pressione; si accendono
quindi i razzi di spinta che portano il missile ad un'altezza di circa 200-300Km
da terra ad una velocità finale di 25.000km/h.
Quando ha finito di bruciare tutto il suo carburante, anche l'ultimo stadio
del missile si stacca, termina così la fase di spinta: del missile è
rimasto il contenitore delle testate, il cosiddetto bus, che continua il suo
volo. Questa fase di spinta per un missile basato a terra dura dai 3 ai 5minuti,
per quello lanciato da un sottomarino dai 2 ai 3 minuti.
In questa prima parte della sua traiettoria di volo il missile è un obiettivo
facilmente individuabile dai sensori termici a causa del calore emesso dai gas
di scarico, è un bersaglio di dimensione grandi ed è assai più
vulnerabile delle singole testate nucleari che trasporta, abbatterlo significa
abbattere il corrispondente numero di testate che trasporta. In caso si attacco
massiccio si tratta di individuare ed abbattere un migliaio di missili, ciascuno
con il suo numero di testate, ognuno dei quali deve essere intercettato e colpito
con una grande precisione: circa 10-20 cm e ad una distanza dalla terra di alcune
migliaia di km.
2. La fase di post-spinta
Il bus è una piattaforma che contiene le testate nucleari e le esche.
Nell'ordine di 2-5 minuti il bus sgancia le diverse testate dirigendole su diversi
obiettivi secondo traiettorie prestabilite. Assieme vengono sganciate le esche,
oggetti di metallo o di plastica, con una forma tale da essere facilmente confondibili
con delle testate, o palloni vuoti ricoperti di una sottile lamina di alluminio.
Tutti questi dispositivi che hanno lo scopo di rendere problematico il riconoscimento
delle testate nucleari, sono molto leggeri, e quindi ogni missile ne può
trasportare una gran numero, 100-150. Dal momento che vengono sganciate dal
bus, fino al momento in cui rientreranno nell'atmosfera terrestre, esche e testate,
percorrono nello spazio vuoto le stesse traiettorie. Nei 2-5 minuti della fase
del post-spinta il bersaglio è di dimensioni minori ed è assai
meno individuabile dai sensori termici. Il bus è l'obiettivo prezioso.
se colpito precocemente consente la distruzione delle testate che trasporta,
quindi in questa fase si tratta di individuare e colpire il bus ed al tempo
stesso le testate che ha sganciato, distinguendo nel contempo le testate dalle
esche.
3. La fase intermedia.
Esche e testate volano ora per circa 15-20 minuti verso il bersaglio contro
il quale sono stati indirizzati. A causa della mancanza si atmosfera, e quindi
di attrito, esche e testate descrivono traiettorie uguali con velocità
uguali. Da ogni bus viene sganciato uno sciame di oggetti, 100-150, in questo
sciame occorre individuare le decine di testate e tentare di abbatterle tutte,
oppure intercettare, puntare e colpire ogni singolo componente di quello sciame:
quindi un centinaio di esche per colpire tutta la decina di testate. Il bus
oltre testate ed esche sgancia dischetti e frammenti metallici che disturbano
i sensori ed i sistemi di avvistamento e puntamento.
Un altro sistema per camuffare le testate consiste nel racchiuderle in palloni
metallizzati, in modo che possono essere scambiate per esche. I sistemi di sorveglianza
della fase intermedia debbono quindi permettere di individuare e scartare quante
più esche è possibile, discriminare le testate, darne posizione
e traiettoria con adeguata accuratezza ai sistemi d'arma a cui vengono assegnate.
Conseguenzialmente sono costantemente allo studio diversi progetti per mettere
appunto efficaci tecniche interattive in grado di distinguere i falsi obiettivi
dalle testate. E come è evidente immaginare è una rincorsa all'infinito,
giacché ad ogni nuovo sistema di individuazione, corrisponde un innalzamento
del livello di sofisticazione delle esche: il punto chiave è consentire
alla testata di sfuggire al puntamento o comunque guadagnare il tempo necessario,
tenendo impegnato il sistema di individuazione e puntamento per il tempo necessario
alla testata di raggiungere l'obiettivo assegnato.
Diversi progetti sono attualmente in fase di studio per mettere appunto efficaci
tecniche interattive per distinguere le testate dalle esche.
4. La fase terminale.
Nella fase terminale della loro traiettoria, al rientro nell'atmosfera terrestre,
a cominciare da circa 100 Km dal suolo, le esche, più leggere, si surriscalderanno
e fonderanno o comunque saranno fortemente rallentate dall'attrito con l'aria,
mentre le testate nucleari, più pesanti, procederanno ad alta velocità
verso i loro obiettivi. Gli sviluppi scientifici e tecnologici consentono in
questa fase l'utilizzo di più sofisticati sistemi sensori: radar, infrarosso
ed una maggiore precisione dei sistemi intercettori e, quello che più
conta, la rapidità maggiore e accuratezza maggiore dei sistemi di acquisizione
ed elaborazione dati, che confortano l'ipotesi di una difesa terminale maggiormente
praticabile, attraverso sistemi di distruzione non-nucleare delle testate in
arrivo.
Le testate a loro volta sono provviste di dispositivi che ne causano la detonazione
automatica quando vengono intercettate. Ora anche poche testate che esplodono
nell'atmosfera sopra una città ne causerebbero danni devastanti. Una
bomba della potenza di 1 Megaton che esplode sopra Detroit ad una altezza di
1.8 Km dal suolo provocherebbe la morte di 470. mila persone ed il ferimento
di 630. mila.
Data la curvatura della terra e le distanze esistenti tra i due territori nemici,
per abbattere un missile balistico partito da una base a terra, nella sua fase
di spinta e post-spinta, quando cioè è ancora sul territorio nemico,
è necessario che la stazione di battaglia sia basata nello spazio sovrastante
la stazione missilistica di lancio. Se si vuole che questo primo stadio difensivo
sia efficiente, occorre che ciascuna base nemica sia continuamente tenuta sotto
osservazione da un numero di stazioni di battaglia sufficiente ad abbattere,
almeno teoricamente, tutti i missili che da quella base possono essere lanciati,
anche contemporaneamente. Appena il missile è stato lanciato, esso deve
essere avvistato da un satellite di allarme precoce ( early-warning), deve essere
intercettato dai sistemi di puntamento ed assegnato ad una specifica arma antimissile,
che deve colpirlo. E', poi, necessario controllare che il missile sia stato
abbattuto e, eventualmente, tentare di colpirlo di nuovo, intercettare un nuovo
bersaglio e così via.
Perché la difesa sia efficiente, le stazioni di gestione devono tenere
continuamente sotto osservazione e puntamento i silo dei missili. Questo può
essere ottenuto facilmente tramite satelliti in orbite geosincrone, tali cioè
che il periodo di rotazione della terra attorno al suo asse e quello del satellite
attorno ala terra siano uguali ( 24 ore ). In questo caso, si dice che il satellite
è solidale con la terra e può rimanere sull'obiettivo. Il problema
di questo sistema è che esso va collocato ad una elevatissima distanza
dalla terra, circa 36. mila Km dall'equatore, creando considerevoli problemi
nella fase di abbattimento del missile.
Se si scelgono orbite più basse, ossia più vicine alla terra,
occorre compensare questo imprimendo al satellite una velocità maggiore,
tale da sfuggire all'attrazione terrestre. E' quindi necessario prevedere una
rete di satelliti per ogni obiettivo. A causa della rotazione terrestre al completamento
di ogni orbita, il satellite si trova un poco spostato rispetto al punto fissato
sulla superficie terrestre. Questo problema, detto rapporto di assenza, obbliga
la messa in orbita di un numero ancora più elevato di satelliti per ogni
gruppo di obiettivi tale da poter tener costantemente sotto controllo quel determinato
punto terrestre. Il valore esatto - perché qui i valori devono essere
esatti: una seconda volta non ci sarà! - dipende da diversi parametri:
estensione dell'area da coprire, numero di missili che possono essere lanciati
da quella postazione terrestre tenuta sotto controllo e tempo di durata della
loro fase di spinta, inclinazione e raggio dell'orbita descritta dal satellite,
potenza del laser, ecc., ecc. . I costi sono astronomici: per mettere in orbita
un raggio laser all'infrarosso sono necessari da 90 a 800 milioni di dollari
e l'intera costellazione di satelliti verrebbe quindi ad avere un costo aggirantesi
tra un minimo di 8-9miliardi ad un massimo di 350 miliardi dollari.
Mentre i sistemi di avvistamento e puntamento debbono essere permanentemente
basati nello spazio per tenere sotto continua sorveglianza le basi nemiche,
una soluzione alternativa può essere costituita dal lanciarlo da terra
al momento in cui il nemico sferra l'attacco e questo è possibile per
il laser a raggi X.
I sistemi d'arma.
I Laser.
Il laser è una sorgente di radiazione ( dall'infrarosso all'ultravioletto,
ai raggi X ) molto intensa e concentrata in un fascio molto collimato. Un tipico
laser chimico è quello a fluoruro di idrogeno
( HF ): nella reazione chimica tra Fluoro (F) ed idrogeno (H), che ha come prodotto
HF, viene emessa una radiazione infrarossa, che viene poi fatta riflettere più
volte all'interno della cavità del laser tra specchi paralleli, uno dei
quali parzialmente trasmittente. Al di là di questo specchio riflettente
si avrà una radiazione molto intensa, assai ben collimata e di energia
ben determinata. Un laser ad HF di circa 25 milioni di Watt, equipaggiato con
uno specchio otticamente perfetto, di diametro non inferiore a 10 metri per
evitare la dispersione del fascio, può abbattere un missile a 3.000 Km
di distanza se il fascio rimane puntato su di un stesso elemento di superficie
del missile per 10 secondi. Il danno che viene arrecato al missile è
il surriscaldamento e quindi fusione o evaporazione della parte di superficie
irraggiata dal razzo. Ovviamente ad obiettivi più vicini, ossia posti
ad una distanza minore di 3000 Km il tempo in cui il laser deve colpire una
parte del missile è minore..
Se si sceglie questo sistema d'arma, allora il laser HF deve essere installato
su di un satellite in un orbita geosincrona ( 36.000 Km dall'equatore ) ed essere
equipaggiato con specchi, anche questi otticamente perfetti, del diametro di
circa 100-150 metri. Ovviamente: gli specchi oltre ad essere otticamente perfetti,
devono essere costruiti con materiali in grado di sopportare le elevate potenze
del fascio laser senza deformarsi o subire danni.
In alternativa.
Basare a terra dei laser che emettono nell'ultravioletto ed inviare il fascio
su specchi installati su satelliti. Questi specchio dovrebbero concentrare il
fascio sull'obiettivo. Questa soluzione ha il vantaggio di evitare di dover
mettere in orbita carichi del peso di diverse tonnellate. Inoltre con laser
che emettono nell'ultravioletto gli specchi possono essere di dimensioni minori.
Lo svantaggio di basare a terra il laser è dato dalla presenza dell'atmosfera
terrestre e delle nubi, che possono attenuare e distorcere il fascio in maniera
sostanziale. La soluzione a tale inconveniente può venire dalle tecniche
di ottica adattiva, alle quali è stata dedicata particolare attenzione.
Si tratta cioè di attrezzare strumenti in grado di misurare con continuità
il grado ed il tipo di distorsione introdotti in un fascio laser di analisi,
ossia di bassa potenza, dal passaggio attraverso l'atmosfera e di utilizzare
questi dati per correggere e modificare opportunamente i sistemi ottici del
laser di potenza che si vuole usare come arma.
Il laser a raggi X
Questi laser emettono impulsi brevissimi, di durata inferiore a 100 miliardesimi
di secondo, di radiazione X, di energia e grande intensità, capaci di
danneggiare e mettere fuori uso un missile che ne venisse colpito. La particolarità
del laser a raggi X è che, per emettere una potenza tale da poterlo usare
come arma, deve essere innescato da una esplosione nucleare. Questa deflagrazione,
naturalmente, distrugge i laser stesso, ma non prima che i raggi X siano stati
collimati di speciali fibre metalliche in fasci diretti contro i missili nemici.
Questo laser funzione senza i complessi sistemi ottici, ma in realtà,
date le sue caratteristiche un laser a raggi X basato nello spazio altro non
è che un'arma nucleare orbitante attorno alla Terra, il che è
in flagrante violazione di tutti i trattati internazionali.
Il laser a raggi X deve essere, allora, lanciato da un missile ad accelerazione
molto rapida al momento dell'attacco nemico ( sistema pop-up ), se si vuole
colpire il missile entro 3-5 minuti della sua fase di spinta. Inoltre, poiché
i raggi X sono fortemente assorbiti dall'atmosfera, tali laser possono essere
usati solo a quote superiori a 100 km dalla superficie terrestre. La necessità
di raggiungere quote relativamente alte, almeno 100 km, in tempi abbastanza
brevi, non di più di 3 minuti, comporta che il sistema di lancio dei
laser a raggi X debbono essere basati il più vicino possibile ai silo
dei missili balistici, ossia su sottomarini stazionanti nelle vicinanze del
sito nemico da colpire.
Le armi a fasci di particelle.
Un fascio di particele atomiche molto veloci, per esempio protoni accelerati
ad una velocità di circa 225.000km/s ( circa 3/4 la velocità della
luce ) potrebbe essere usato per attaccare un missile balistico terrestre o
un missile posto su un sottomarino, poiché potrebbe danneggiare il delicato
sistema di guida del missile od i circuiti di innesco delle testate nucleari.
I protoni hanno però una carica elettrica positiva e, al di pari di qualunque
altra particella elettricamente carica o ione, positivo o negativo, verrebbero
deflessi dal campo magnetico terrestre, che non perturba invece la propagazione
di particelle neutre. I problemi di puntamento di un fascio di particelle cariche
diventano così irrisolvibili, anche a causa del fatto che l'intensità
del campo magnetico terrestre può fluttuare in maniera considerevole
e casuale. Un ulteriore problema è dato dalle forze repulsive che si
esercitano mutuamente tra particelle cariche dello stesso segno e che tendono
a far allargare il fascio. Questo effetto è in parte controbilanciato
dal fatto che un fascio di particelle cariche che si propagano costituisce una
corrente elettrica che a sua volta genera un campo magnetico attorno al fascio
che tende a mantenerlo collimato. D'altra parte, le particelle per essere accelerate,
e portate quindi alle alte velocità necessarie, debbono essere sottoposte
all'effetto di campi elettrici e quindi debbono essere cariche. Si ritiene,
allora, di accelerare delle particelle cariche, per esempio ioni negativi dell'atomo
di idrogeno, H-, e di impacchettarle e dirigerle così verso l'obiettivo.
La carica negativa verrebbe rimossa e gli ioni trasformati in atomi neutri di
idrogeno, H, ponendo sul cammino del fascio, all'uscita dell'acceleratore, una
cella opportunamente riempita con del gas. Il fatto che le particelle cariche
siano deviate dai campi magnetici ed elettrici potrebbe essere usato, mentre
ancora il fascio è all'interno dell'acceleratore, per variarne opportunamente
la direzione di propagazione e tentare così di colpire più obiettivi
in successione senza dover far subire spostamenti e rotazioni all'acceleratore.
Se comunque fosse necessario far subire al fascio spostamenti considerevoli,
si dovrebbero usare campi magnetici molto intesi, prodotti da sistemi che potrebbero
pesare fino a molte tonnellate.
Anche le armi a fasci di particelle sono efficaci solo nello spazio fuori dell'atmosfera
terrestre. Infatti, poiché l'attraversamento di un gas può trasformare
un fascio di H- in un fascio H, a causa delle collisioni con le molecole e gli
atomi del gas, è anche vero che un fascio H, attraversando l'atmosfera
può ionizzarsi e trasformarsi in un fascio di H+, di nuovo deflesso dal
campo magnetico terrestre e quindi impreciso. In definitiva un tale tipo di
arma può essere efficace su bersagli posti ad una quota non inferiore
ai 140 Km da terra.
Le armi ad energia cinetica.
Con questo tipo di arma la distruzione dell'obiettivo è provocata dall'impatto
meccanico di proiettili, che possono avere dimensioni e peso ridotti ( anche
meno di 1 kg ) e che vengono lanciati ad altissima velocità.
Una tecnologia più avanzata è costituita dai cannoni elettromagnetici
ad ipervelocità.
In questi dispositivi il proiettile chiude elettricamente un circuito costituito
da due binari metallici su cui può scorrere. Quando ai capi dei binari
viene applicata una tensione anche modesta, nel circuito circola una corrente
elettrica molto intensa, che genera un campo magnetico che espelle ed accelera
continuamente il proiettile, fino a fargli raggiungere velocità dell'ordine
di 10km/s .
A causa di questo valore così basso della velocità impressa ai
proiettili ( si ricorda qui che la luce viaggi alla velocità di 300.000
km/s ed un fascio di particele può propagarsi a velocità pari
a 200.000 km/s ), le armi ad energia cinetica si rivelano troppo lente per colpire
i missili nella fase di spinta, al termine del quale raggiungono una velocità
di 7 km/s, paragonabili quindi a quelli dei proiettili ad ipervelocità.
Per avere una qualche efficacia sistemi d'arma di questo tipo devono essere
basate in orbite molto basse, assai vicine al silo dei missili balistici. A
causa del rapporto di assenza [ la traiettoria della terra si sposta ad ogni
orbita ] sono necessarie centinaia di stazioni di battaglia, e solo mettere
in orbita un tale arma costerebbe attorno ai 25 miliardi di dollari. Per avere
una copertura ritenuta appena sufficiente devono essere installati nello spazio
non meno di 25.000 cannoni elettromagnetici. Per la facilità con cui
possono danneggiare l'obiettivo che ne fosse colpito, questo tipo di arma sembrerebbe
affidabile ma nella fase intermedia.
L'attenzione va fermata, in verità, sul fatto che questi diversi tipi
di arma qui descritti sommariamente non sono che componenti di una più
complessa architettura strategica. Decine, o centinaia, di elementi terminali,
decine, o centinaia, di satelliti di avvistamento, posizionamento e puntamento,
centinaia, o migliaia, di armi installate su piattaforme orbitanti dovranno
funzionare in maniera perfetta, sia separatamente che come blocchi di un sistema
integrato:
dovranno funzionare, e perfettamente, solo la prima volta, una seconda non ci
sarà.
Ora tutto questo non impedisce, non esiste alcun dato confortante in merito,
che tutte le testate vengano distrutte, prudenza e ragionevolezza impongono
la conclusione che almeno alcune testate raggiungeranno l'obiettivo. E' allora
necessario che la risposta ad un attacco nemico venga decisa e pianificata e
messa in atto al momento dell'attacco, tenendo conto appunto dell'entità
e delle caratteristiche dell'attacco che il nemico, variabile assolutamente
non controllabile né prevedibile, sta scatenando. Ovviamente il sistema
complessivo va programmato in modo tale che il sistema lasci passare i missili,
che debbono abbattere quelli lanciati dal nemico.
Dal momento in cui viene subito l'attacco, tutte le decisioni devono essere
prese e le conseguenti operazioni eseguite in un tempo massimo di 30 minuti
e questo nelle condizioni in cui l'attacco investe anche ed in maniera prioritaria
i sistemi difensivi, che devono valutare, indicare, eseguire... .
Il punto nevralgico del complesso problema di gestire la battaglia è
allora il software.
E' allora previsto un programma di circa 13 milioni di istruzioni, affinché
i diversi strati difensivi svolgano le loro diverse funzioni e siano al contempo
strettamente coordinati nel piano generale di gestione della battaglia. Ogni
strato difensivo ( per la fase di spinta, intermedia e terminale ) deve individuare
e seguire il bersaglio lungo la sua traiettoria, discriminare e classificare
i falsi obiettivi
( esche, pezzi metallici, palloncini rivestiti di alluminio, ecc. ), valutare
il danno reale o presunto procurato al bersaglio, produrre per ogni arma una
lista di priorità degli obiettivi. Il sistema di gestione globale della
battaglia deve svolgere funzioni di sorveglianza ed allarme ( deve essere bassissima
la probabilità di falso allarme ed al tempo stesso deve essere possibile
rivelare un attacco nei primissimi istanti in cui viene sferrato, deve analizzare
il tipo di attacco e scegliere la risposta appropriata, deve aggregare e fare
una sintesi dei dati di importanza cruciale per lo svolgimento della battaglia,
dando eventualmente indicazione di ricorrere al lancio di armi nucleari offensive,
deve presiedere allo svolgimento delle operazioni e delle prestazioni dei diversi
strati e coordinare le attività di autodifesa, e deve, infine, raccogliere
ed elaborare informazioni sullo stato delle forze nemiche e delle proprie.
Il programma deve inoltre coprire contemporaneamente, simultaneamente tutte
e tre le fasi, che verranno ad intrecciarsi ed a sovrapporsi: un missile è
in fase intermedia, mentre un altro sta già iniziando la fase terminale,
ed un altro inizia la fase di spinta, e può esserci la combinata di vari
sistemi di arma: ultravioletto, raggi X, ecc. ecc. ecc.
Molte contromisure consistono nell'interferire con i sensori ed i dispositivi
di comando e di controllo del sistema di difesa inviando falsi segnali, accecando,
causando interferenze elettroniche ( electornic jamming) allo scopo di rendere
i sistemi di Comando, Controllo e Comunicazione complessivamente o parzialmente
inefficaci.
La maggior parte dei circuiti elettronici è facilmente e gravemente danneggiabile
da un rapido ed intenso impulso elettromagnetico ( analoghi a raggi X, ma di
più alta energia ), che ionizzano le molecole d'aria producendo elettroni
e ioni positivi che a loro volta generano un impulso elettromagnetico. Se l'esplosione
avviene in prossimità della superficie terrestre la regione investita
dall'impulso elettromagnetico coincide sostanzialmente con quella che viene
distrutta dall'esplosione; se, invece, l'esplosione dell'arma nucleare avviene
ad alta quota a 300 Km di quota sopra una zona centrale degli Usa darebbe luogo
ad un campo elettrico fino a 25.000 Volt per metro sull'intero territorio degli
Stati Uniti d'America.
Questo sistema di contromisure è sostanzialmente inaffidabile, anche
se i componenti elettronici fossero resi resistenti all'impulso elettromagnetico
utilizzando componenti all'Arseniuro di Gallio e sostituendo le componenti elettroniche
delle comunicazioni con fibre ottiche.
Quindi noi abbiamo che tutte le componenti elettroniche del sistema antimissile
basate nello spazio saranno comunque particolarmente vulnerabili.
Abbiamo anche che sensori, specchi, blocchi di comando e di controllo, laser
chimici, acceleratori di particelle dovrebbero tutti ruotare attorno alla Terra
su orbite prevedibili, costituendo così dei bersagli assai più
facili da colpire dei missili balistici che dovrebbero abbattere.
Ora noi qui non abbiamo preso in considerazione due elementi:
1. una massa tale di sensori, specchi, ecc. messi in orbita e fatte ruotare
attorno alla terra che influenza avrebbero sul più generale rapporto,
e quindi sull'equilibrio, Terra-Luna- altri pianeti e Sole e questo il solo
fatto di tenerli in orbita? Un ulteriore problema è cosa accade se questa
massa viene colpita da fasci di particelle o raggi laser con conseguenti esplosioni
nucleari, cosa accade al più complessivo equilibrio della galassia e
quanto meno del più immediato rapporto:
Terra-Luna-Sole.
2. E' pratica consolidata quella di attaccare tramite acker i sistemi informatici,
entrando nei loro sistemi di difesa e deviandone informazioni e programmazione.
Molti sofisticati sistemi di grandi società finanziarie e degli stessi
Stati Uniti sono stati attaccati e questo per stessa ammissione dei colpiti.
Altro sistema è quello di attaccare i sistemi informatici con virus in
grado di cancellare interi programmi e rendere i software assolutamente inservibili:
come è recentemente accaduto alla stessa amministrazione statunitense.
Questo semplice attacco di acker o di virus basterebbe a rendere inoperante
qualsiasi più sofisticato software di gestione del sistema SDI. Va inoltre
ricordato che quanto più i sistemi sono sofisticati tanto più
essi sono esposti ad attacchi di acker, di essere cioè ' bucati' e tanto
più facilmente sono esposti all'azione di virus e che basta che ne danneggino
o blocchino parte della programmazione da rendere inefficace l'intero software.
Si è visto che il software che dovrebbe gestire l'intero processo di
SDI è estremamente complesso e la gestione deve avvenire gestendo l'intera
complessa operazione ed in modo perfetto e questo nella condizione che non ci
sarà una seconda volta. Infine il software che noi abbiamo preso in considerazione
è un software che deve gestire unicamente la difesa, ossia impedire che
missili a testata nucleare cadano sul proprio territorio e non abbiamo introdotto
la seconda variabile ossia la funzione di offesa, che complica tremendamente
le cose sia per quanto attiene il software vero e proprio e sia l'intero impianto
satellitare orbitante che dovrebbe prevedere stazioni di battaglia da offesa.
Tutti questi motivi spingono scienziati, ricercatori e uomini politici a diffidare
dell'efficienza di un sistema di difesa integrato, o scudo stellare o SDI che
dir si voglia ed ancor di più della sua effettiva attuabilità.
Tutti questi motivi spingono noi a non affidare alcuna credibilità sulle
reali capacità antinucleare di un simile sistema.
Se noi introduciamo qui la variabile che non esiste più una reale potenza
atomica in grado di gareggiare con gli Stati Uniti, in grado di possedere un
arsenale nucleare ed un apparato tecnico ed umano in grado di lanciare e gestire
un attacco nucleare, la credibilità sulle intenzioni enunciate si pone,
ponendo nel contempo la domanda a cosa realmente serve impostare e far partire
un simile programma di difesa integrato. E' palese che non è credibile
il timore statunitense e dell'intero mondo capitalistico di un attacco da parte
della Corea del Nord. Ora anche se il termine Corea del Nord volesse sottintendere
quello della Repubblica Popolare Cinese i dubbi e le perplessità permangono,
pur essendo la Cina nazione molto più forte della Corea del Nord, ma
non è tale da poter avere una qualche possibilità di concorrere
sul piano atomico con gli Stati Uniti d'America e con l'intero campo capitalistico.
Resta quindi la domanda del perché, una volta accettato ed accertato
l'intento puramente ideologico: quello cioè di trasmettere un immagine
di imperialismo assolutamente potente ed inattaccabile verso i popoli e le classi
oppresse e sfruttate e di assoluta tranquillità alle caste reazionarie
legate al campo imperialista ed a quelle delle stesse cittadelle dell'imperialismo,
al fine di tranquillizzarle e tenerle ben legate al proprio carrozzone.
Non è compito di questo lavoro entrare nello specifico di tali questioni,
che richiedono tutt'altra impostazione e campo d'indagine attinente la Scienza
della Politica e dell'Economia.
Il compito propostoci qui era quello di fornire agli elementi avanzati gli strumenti
teorici e scientifici per affrontare il dibattito, che certamente si aprirà
a settembre, con sufficiente conoscenza.
Appendice
Documento del
Consiglio Scientifico
dell'Unione Scienziati per il Disarmo
29. maggio, 1985
Pubblichiamo qui integralmente i paragrafi 5, 6, e 7 del documento.
Riteniamo di pubblicare questa appendice, per la recente dichiarazione del governo
italiano di aderire alla proposta statunitense sulla SDI e per essere questo
un tema del prossimo vertice Nato, che si terrà a fine settembre 2001
a Napoli.
Nel corso della preparazione sono stati consultati numerosi fisici ed in particolare
il Prof. Edoardo Amaldi ed il Professor Bruno Bertotti.
Il documento è stato stilato dai Proff. Carlo Bernardini, Francesco Calogero,
Paolo Cott-Ramasino, Michelangelo De Maria, Roberto Fieschi, Francesco Lenci,
Carlo Schaerf
Nei precedenti paragrafi il Consiglio Scientifico dell'Unione Scienziati per il Disarmo illustra le sue preoccupazioni e l'inconsistenza teorica e scientifica di poter dar vita effettivamente ad uno 'scudo stellare'
§ 5. La SDI e l'Italia.
Il coinvolgimento di altri paesi, ed in particolare dell'Italia, in questa avventura
suscita ulteriori preoccupazioni. Il rischio di uno stravolgimento del quadro
degli investimenti scientifico-tecnologici è particolarmente serio nel
nostro Paese, che dispone di strutture alquanto fragili in questo campo e nel
quale i problemi di una conduzione assennata della politica scientifico-economico-industriale
moderna sono stati finora negletti. In tale situazione l'impatto di un massiccio
programma largamente eterodiretto comporterebbe evidenti pericoli: in particolare
rischierebbe di vanificare l'unico affidabile strumento di valutazione per orientare
le scelte politiche relative alla suddivisione delle risorse fra i diversi settori
scientifici e tecnologici, cioè il giudizio collettivo della stessa comunità
degli esperti.
Un ulteriore elemento di difficoltà e di preoccupazione è il carattere
di segretezza che potrebbe contraddistinguere queste ricerche, introducendo
nella comunità scientifico-tecnica italiana un costume che le è
stato finora largamente estraneo.
Desideriamo infine sottolineare un concetto che, nonostante la sua evidente
validità, viene spesso ignorato: e cioè che, laddove ogni politica
di interventi in settori scientifico-tecnologici avanzati risulta fruttuosa
dal punto di vista economico-industriale, è assai più vantaggioso
che tale politica sia direttamente finalizzata a tali sviluppi; invece di produrre
qualche progetto in campo civile solo come effetto secondario ( spino-off )
di programmi di ricerca militari, i quali sono caratterizzati per i loro scopi
non meno che per altri motivi intrinseci alla loro stessa natura ( per esempio
la segretezza, che ostacola efficaci controlli ), da altissimi coefficienti
di spreco. Un esempio dell'evidente validità di questa osservazione è
il successo economico ed industriale del Giappone, paese povero di risorse,
uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale e con una modesta tradizione
scientifico-tecnica, nel quale gli investimenti nella ricerca scientifica e
nello sviluppo tecnologico sono stati finora caratterizzati meno che altrove
dallo spreco associato ad una motivazione e conduzione prevalentemente militare.
§ 6. Iniziative europee.
Queste considerazioni si applicano anche alle prospettive peraltro ancora indistinte,
di una collaborazione ( progetto Eureka ) fra paesi dell'Europa occidentale
nello sviluppo di tecnologie avanzate, almeno nella misura in cui tali programmi
risultano ancorati a finalità belliche.
E' invero deplorevole che solo una tale prospettive, ancorché infondata
( un progetto di difesa spaziale europea è ancora meno realizzabile dello
scudo spaziale americano, per ovvi motivi geografici), riesca a mobilitare,
se non proprio l'entusiasmo, quanto meno l'attenzione delle classi politiche
e delle opinioni pubbliche europee, per rilanciare una politica di investimenti
e cooperazione su scala europea nello sviluppo di alcuni settori scientifico-tecnologici
avanzati. È chiaro che una cooperazione scientifico-tecnica, su scala
europea, sarebbe utile, ma a condizione che i settori nei quali investire risorse
( u mane, tecnologiche, industriali, scientifiche ) vengano identificati sulla
base di valutazioni sensate delle possibilità scientifico-tecniche e
delle esigenze economico-industriali-sociali e non in vista di irrealizzabili
obiettivi militari.
Semmai una valenza utile ai fini della sicurezza europea ed internazionale potrebbe
essere realizzata promuovendo una più ampia collaborazione e la interdipendenze
di tutte le nazioni europee, tanto meno è probabile che si scateni quel
conflitto, che potrebbe portare alla fine della nostra comune civilizzazione.
§ 7. Commenti sul ruolo del personale tecnico-scientifico.
Desideriamo infine rivolgerci ai nostri colleghi - giovani ricercatori, scienziati
maturi, ingegneri, neolaureati, tecnici - per sottoporre alla loro attenzione,
oltre alle considerazioni sin qui svolte, alcuni elementi di riflessione che
riteniamo andrebbero tenuti presenti da chiunque si trovasse a dover decidere
se impegnassi professionalmente - a tempo pieno o come consulente a tempo parziale
- in progetti di carattere militare. Queste considerazioni sono motivate dalla
prospettiva di un coinvolgimento di ricercatori italiani in progetti connessi
all'Iniziativa di Difesa Strategica; ma anche dall'esistenza in Italia, indipendentemente
dalla SDI, di una robusta attività industriale di produzione di armi
convenzionali, interessane anche settori di tecnologia avanzata ( l'Italia occupa
il quinto, o forse addirittura il quarto, posto nella graduatoria dei paesi
esportatori di armi ).
E' chiaro innanzitutto che chi contempla una tale scelta non può esimersi
dal valutare le conseguenze della propria attività; e dovrà tener
conto del fatto che gli strumenti di discussione alla cui realizzazione contribuirà
il suo lavoro potranno venir usati indipendentemente dalla sua volontà,
sulla base di decisioni sulle quali egli stesso non potrà presumibilmente
esercitare influenza alcuna.
In secondo luogo, è consigliabile che ci si informi bene, prima di intraprendere
ricerche classificate, delle restrizioni che ne possono derivare alla propria
libertà di azione sia in campo scientifico-tecnico che nell'esplicare
la propria influenza su scelte decisionali.
Infine, a chi accettasse di essere coinvolto in progetti di ricerca di carattere
militare, raccomandiamo di fare uno sforzo per mantenere la propria autonomia
di giudizio, senza farsi condizionare dalla circostanze in cui si troverà
ad operare.