I cannoni della fortezza Europa
di Achille Lodovisi
La politica di sicurezza europea è già nelle mani dei colossi industriali? La partita si gioca soprattutto sul terreno dell'industria bellica. Ristrutturazioni e alleanze, al di qua e al di là dell'Atlantico, alla ricerca dell'egemonia
Come deciso a Colonia a fine maggio nel vertice dei Ministri degli Esteri, entro la fine del 2000 l'Unione Europea dovrebbe adottare tutte le decisioni per arrivare alla costituzione delle forze armate europee; un obiettivo già presente nel dibattito politico da anni ma che ha acquisito un rilievo particolare negli ultimi mesi (v. "G&P", n. 63).
EUROPA IN LIBERTA' VIGILATA?
Questa relativa autonomia europea dal punto di vista militare e geopolitico potrebbe trasferire in un settore d'importanza decisiva le dinamiche conflittuali e le contraddizioni da tempo esistenti in campo economico, finanziario e commerciale tra USA ed UE.
Il nuovo ruolo europeo all'interno della NATO è stato ufficialmente riconosciuto nel vertice di aprile a Washington; tuttavia un conto sono le dichiarazioni di principio adottate con squilli di trombe e sottofondo di bombardamenti "umanitari", altro è la concreta realtà. Per dirla con Zbigniew Brzezinski (1) per gli USA l'Europa è un "testa di ponte essenziale sul continente euroasiatico", dal cui controllo trae origine il rango di potenza globale degli Stati Uniti. L'autonomia europea diviene allora un processo condivisibile alla condizione irrinunciabile che non metta in discussione gli "stretti legami transatlantici". Una sorta di libertà vigilata - per la quale gli USA sono disposti a spendere la loro influenza nella composizione dei contrasti emersi tra i paesi europei a proposito di politica estera e di sicurezza - che comporterebbe una suddivisione degli oneri associati a tale "condominio" politico e militare su scala mondiale, eliminando il cinismo europeo sempre pronto a comportarsi come alleato subdolo e inaffidabile salvo poi rifugiarsi sotto l'ombrello protettivo statunitense.
Ma, se l'Eurasia è davvero la "chiave dell'egemonia mondiale", non si vede perché gli europei - divenuti potenza economica di levatura mondiale - dovrebbero limitarsi ad agire come semplici proconsoli di Washington. L'Europa autosufficiente e nel contempo legata agli Stati Uniti potrebbe trasformarsi in una creatura chimerica e a poco varrebbero eventuali altri conflitti suscitati ad arte alle frontiere dell'Unione con l'intento di promuovere un fronte comune euro-statunitense. Il rischio sarebbe quello di ottenere il risultato esattamente opposto.
Non si deve dimenticare infatti che soprattutto in Germania il mondo finanziario e industriale vive con grande apprensione l'eventuale destabilizzazione dell'Europa orientale e della Russia, che hanno attratto una quantità notevole di investimenti finanziari e produttivi di grandi società tedesche. Dal canto suo il governo e i dirigenti dell'industria a produzione militare francesi si sono apertamente schierati a favore di un ruolo politico militare autonomo dell'UE rispetto agli Stati Uniti, con un grado di indipendenza che va ben oltre la capacità di condurre in proprio operazioni di peacekeeping e missioni umanitarie.
Inoltre i contrasti tra francesi, tedeschi e britannici per la leadership della struttura militare-industriale europea, le resistenze dei paesi neutrali ad accettare la giurisdizione comunitaria sulla politica di difesa territoriale e la pretesa inglese di avere la guida politica di un processo di integrazione atlantica del tutto simile a quello auspicato dagli USA, sono altrettanti fattori di forte turbolenza e incertezza.
I "GIGANTI" DEGLI ARMAMENTI
Una difesa comune non può comunque esistere senza una base industriale-militare transnazionale europea: questo è l'unico assioma che pare riscuotere i maggiori consensi. Se si presta però attenzione a quanto sta accadendo da alcuni anni nelle industrie europee del settore aerospaziale e degli armamenti emerge un quadro che per certi versi riproduce la forte conflittualità esistente in materia di politica di sicurezza comune.
Il processo di razionalizzazione basato sull'integrazione verticale del comparto produttivo è iniziato in Europa nei primi anni Novanta, anche di riflesso a quanto stava già accadendo negli USA. Nei maggiori paesi europei, quale risultato di questa iniziale ristrutturazione, costata centinaia di migliaia di posti di lavoro, sono emerse grandi aggregazioni industriali, tecnologiche e finanziarie, capaci di divenire gli unici referenti dei governi per quel che concerne la definizione delle strategie nazionali volte alla produzione, alla ricerca e sviluppo e all'acquisizione di sistemi nel settore degli armamenti e della logistica militare. In Italia a "consolidamento" completato l'intero comparto è dominato da quattro gruppi: Finmeccanica (con attività nei settori aeronautico, dei sistemi terrestri e navali, spaziale ed elicotteristico), Fincantieri (attiva nella cantieristica) - entrambe aziende con prevalenza del capitale pubblico - Fiat (veicoli per il trasporto terrestre, mezzi corazzati, attività spaziali, motoristica aeronautica e navale, munizionamento) e Marconi Group (elettronica e comunicazione). In Gran Bretagna la scena è dominata dal colosso British Aerospace (Bae), rafforzatosi enormemente con l'acquisizione della Marconi, mentre in Francia si sono creati due grandi poli: Aérospatiale-Matra e Thomson-Csf. In Germania è emersa la grande potenza industriale, tecnologica e finanziaria del gruppo tedesco-statunitense Daimler Chrysler Aerospace AG (DASA). La frenetica corsa al gigantismo, che non è sinonimo di efficienza, ha in seguito travalicato le frontiere nazionali con una pronunciata tendenza all'integrazione orizzontale di tipo transnazionale volta a ridefinire i settori d'intervento e le dimensioni del mercato in cui si opera.
LE DUE "VIE" DELL'INDUSTRIA EUROPEA
Come ha scritto l'International Institute for Strategic Studies di Londra (2) le due possibili strade che può percorrere l'industria europea degli armamenti sono l'allargamento della collaborazione tra industria statunitense ed europea per costruire una efficiente base tecnologica e industriale comune oppure la creazione di due fortezze industriali-militari indipendenti e anche in competizione.
Tale scelta non si presenta più a livello nazionale ma nell'ambito della nuova entità politica sovranazionale europea, ponendo la questione dei possibili condizionamenti esercitati sugli esponenti di governo dalle strategie contrapposte dei grandi schieramenti industriali in formazione.
Una sempre maggiore collaborazione tra le due sponde dell'Atlantico è caldeggiata dalla dirigenza dei grandi gruppi inglesi per difendere i numerosi e cospicui investimenti realizzati nel corso degli anni Ottanta-Novanta nel comparto militare industriale statunitense e canadese, con un accesso limitato anche allo know-how statunitense. Oggi tali attività corrispondono a un giro d'affari di 4,5 miliardi di dollari annui, un patrimonio che verrebbe messo a repentaglio da una eventuale adesione alla politica della completa autonomia europea dagli USA. Ciononostante, gli stessi manager inglesi sono convinti che la collaborazione con i colossi statunitensi non potrà avvenire su un terreno di parità se a Washington e nei consigli d'amministrazione delle grandi aziende militari-industriali d'oltre oceano si vorrà perseguire il mantenimento dell'attuale supremazia tecnologica statunitense (3).
Sul fronte opposto si colloca il gruppo dirigente francese, favorevole a una pronunciata autonomia dell'Europa, mentre la Germania ha mantenuto sino all'ottobre di quest'anno un atteggiamento sostanzialmente ambiguo e più attento a consolidare le proprie posizioni che a scegliere tra le due vie.
Tutti gli attori di primo piano tuttavia mirano alla leadership politica, tecnologica e industriale nel processo di integrazione dell'industria aerospaziale europea, una posizione che si assocerebbe alla possibilità di condizionare gli investimenti e le linee di programmazione strategica di gran parte del settore ad elevato contenuto tecnologico del vecchio continente.
Come ha rilevato recentemente Vally Koubi (4) la natura delle armi moderne fa sì che mutamenti significativi nella tecnologia militare possano provocare cambiamenti repentini e profondi negli equilibri di potere a livello internazionale. È un fenomeno che oggi, e sempre più in futuro, influenzerà in modo determinante i rapporti di forza tra gli stati e/o tra le grandi regioni economiche e politiche del mondo. L'apertura delle frontiere ai capitali e alle tecnologie ha creato sinergie crescenti tra produzione e ricerca militare e civile, tali da rendere difficile la distinzione tra i due settori nell'industria elettronica, ad alta tecnologia, dei mezzi di trasporto e della logistica. Sembra dunque assai improbabile che i colossi statunitensi e il governo USA siano disposti a condividere il costoso primato in questo settore con l'Europa, pur in presenza di una tendenza transnazionale per quel che concerne la produzione e la commercializzazione dei sistemi d'arma e della componentistica. Si stima che per sostenere la competizione con gli Stati Uniti i paesi europei dovrebbero aumentare di oltre 20 miliardi di dollari all'anno i loro investimenti in programmi di ricerca: un esborso che andrebbe a completo beneficio delle industrie del settore con ricadute tutte da verificare per il settore civile.
LOTTE PER L'EGEMONIA NELL'INDUSTRIA DEGLI ARMAMENTI
La guerra contro la Jugoslavia ha incentivato il processo di consolidamento dell'industria a produzione militare: a giugno la DASA ha annunciato un accordo con la spagnola CASA ed è iniziata, da parte tedesca, la ricerca di una alleanza capace di contrastare il gruppo inglese sorto dalla fusione tra Bae e Marconi. Falliti i negoziati per cercare partners negli USA nell'ottica di quell'asse politico, industriale e militare statunitense-germanico che, secondo Richard Holbrooke, rappresenterebbe la più importante collaborazione per gli USA nel prossimo secolo, il 14 ottobre la DASA e la Aérospatiale-Matra hanno annunciato la fusione delle loro attività nel settore aerospaziale e degli armamenti e hanno dato vita, sotto l'egida politica dei primi ministri francese e tedesco, alla European Aeronautic, Defense and Space (EADS). Un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e il terzo al mondo. È tramontato definitivamente il progetto di fusione tra la Bae e Aérospatiale che avrebbe dovuto dare vita, sin dal 1998, alla European Aerospace and Defence Company.
Oggi in Europa esistono due grandi poli caratterizzati da strategie e disegni politici diversi e per i gruppi industriali degli altri paesi, Italia inclusa, si tratterà di scegliere la posizione ancillare più conveniente; tuttavia l'asse Berlino-Parigi sembra avere un progetto politico ed industriale più articolato e "globalizzato" come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l'aereo militare da trasporto europeo alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L'industria tedesca vedrebbe di buon occhio l'allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione "eurasiatica".
UN'INDUSTRIA ANOMALA
La forma che va assumendo oggi l'allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un'industria normale , tale politica finisce per generare tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per un paese. Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all'estero accordi tali da garantire la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d'azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l'attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito a una collaborazione tra apparati dello stato e aziende.
In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione e il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti. Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione e il marketing ma tengono ancora legate al paese d'origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all'innovazione dei prodotti.
LE RICHIESTE DEI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI
Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi e all'esecutivo dell'UE, che si sono sinora impegnati ad assecondarle in questa fase di transizione? Innanzitutto continuare e incrementare il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo e alla produzione su tutti i mercati, da quello nazionale al costituendo mercato europeo e ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili a favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare il rischio comunissimo dell'insolvenza e coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l'acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto sui sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei.
Si ritiene ovviamente indispensabile anche allentare i vincoli che sottopongono l'autorizzazione per i trasferimenti a criteri di verifica politica sulla destinazione finale dei sistemi, in relazione a situazioni di conflitto, violazioni dei diritti umani e corse regionali al riarmo. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore tali criteri sono d'ostacolo e vanno sostituiti - nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l'adozione del Codice di Condotta Europeo - con quelli che invece agevolano la libertà d'azione tramite l'espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e "sfuggenti" della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l'esercizio di un controllo democratico.
Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per assicurarsi un portafoglio ordini pianificato, ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio della Difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L'obiettivo politico è trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l'adozione e il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali come EFA (5). Nel convegno ASPEN svoltosi a Taormina il giugno scorso, il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che nei prossimi cinque anni occorrerà aumentare le spese per la difesa portandole dall'1,1% all'1,5% del PIL con un esborso di circa 8000 miliardi, impostazione cui si è già detto disponibile D'Alema qualora si concretizzi un'iniziativa comune europea negli armamenti e nella Difesa. Il documento di previsione della legge finanziaria già prevede per il prossimo esercizio una maggiore spesa per l'acquisto di armamenti (v. "G&P", n.64).
Questa strategia è comune a tutte le nazioni europee ed è estremamente probabile il suo trasferimento su scala continentale nell'eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare.
PER UN'EUROPA DEMOCRATICA E PACIFICA
Dagli scenari fin qui delineati è ovviamente assente la popolazione europea. Come è accaduto con l'unificazione monetaria da una parte la litigiosa élite europea raggiungerà faticosamente un compromesso tra interessi e aspirazioni contrastanti ,tra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).
Occorre contrastare con fermezza tale prospettiva, sapendo che al momento non sembra esistere un'opinione pubblica largamente favorevole alla costituzione di un esercito europeo, quando il cittadino ha visto decurtare in misura notevole gli investimenti pubblici nella protezione sociale, nella sanità e nella pubblica istruzione, in nome dei parametri stabiliti per accedere al mercato unico. Tuttavia la jacquerie contro l'ennesimo tributo per procurare i cannoni alla "Fortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999.
"testa di ponte essenziale sul continente euroasiatico", dal cui controllo trae origine il rango di potenza globale degli Stati Uniti. L'autonomia europea diviene allora un processo condivisibile alla condizione irrinunciabile che non metta in discussione gli "stretti legami transatlantici". Una sorta di libertà vigilata - per la quale gli USA sono disposti a spendere la loro influenza nella composizione dei contrasti emersi tra i paesi europei a proposito di politica estera e di sicurezza - che comporterebbe una suddivisione degli oneri associati a tale "condominio" politico e militare su scala mondiale, eliminando il cinismo europeo sempre pronto a comportarsi come alleato subdolo e inaffidabile salvo poi rifugiarsi sotto l'ombrello protettivo statunitense.
Ma, se l'Eurasia è davvero la "chiave dell'egemonia mondiale", non si vede perché gli europei - divenuti potenza economica di levatura mondiale - dovrebbero limitarsi ad agire come semplici proconsoli di Washington. L'Europa autosufficiente e nel contempo legata agli Stati Uniti potrebbe trasformarsi in una creatura chimerica e a poco varrebbero eventuali altri conflitti suscitati ad arte alle frontiere dell'Unione con l'intento di promuovere un fronte comune euro-statunitense. Il rischio sarebbe quello di ottenere il risultato esattamente opposto.
Non si deve dimenticare infatti che soprattutto in Germania il mondo finanziario e industriale vive con grande apprensione l'eventuale destabilizzazione dell'Europa orientale e della Russia, che hanno attratto una quantità notevole di investimenti finanziari e produttivi di grandi società tedesche. Dal canto suo il governo e i dirigenti dell'industria a produzione militare francesi si sono apertamente schierati a favore di un ruolo politico militare autonomo dell'UE rispetto agli Stati Uniti, con un grado di indipendenza che va ben oltre la capacità di condurre in proprio operazioni di peacekeeping e missioni umanitarie.
Inoltre i contrasti tra francesi, tedeschi e britannici per la leadership della struttura militare-industriale europea, le resistenze dei paesi neutrali ad accettare la giurisdizione comunitaria sulla politica di difesa territoriale e la pretesa inglese di avere la guida politica di un processo di integrazione atlantica del tutto simile a quello auspicato dagli USA, sono altrettanti fattori di forte turbolenza e incertezza.
I "GIGANTI" DEGLI ARMAMENTI
Una difesa comune non può comunque esistere senza una base industriale-militare transnazionale europea: questo è l'unico assioma che pare riscuotere i maggiori consensi. Se si presta però attenzione a quanto sta accadendo da alcuni anni nelle industrie europee del settore aerospaziale e degli armamenti emerge un quadro che per certi versi riproduce la forte conflittualità esistente in materia di politica di sicurezza comune.
Il processo di razionalizzazione basato sull'integrazione verticale del comparto produttivo è iniziato in Europa nei primi anni Novanta, anche di riflesso a quanto stava già accadendo negli USA. Nei maggiori paesi europei, quale risultato di questa iniziale ristrutturazione, costata centinaia di migliaia di posti di lavoro, sono emerse grandi aggregazioni industriali, tecnologiche e finanziarie, capaci di divenire gli unici referenti dei governi per quel che concerne la definizione delle strategie nazionali volte alla produzione, alla ricerca e sviluppo e all'acquisizione di sistemi nel settore degli armamenti e della logistica militare. In Italia a "consolidamento" completato l'intero comparto è dominato da quattro gruppi: Finmeccanica (con attività nei settori aeronautico, dei sistemi terrestri e navali, spaziale ed elicotteristico), Fincantieri (attiva nella cantieristica) - entrambe aziende con prevalenza del capitale pubblico - Fiat (veicoli per il trasporto terrestre, mezzi corazzati, attività spaziali, motoristica aeronautica e navale, munizionamento) e Marconi Group (elettronica e comunicazione). In Gran Bretagna la scena è dominata dal colosso British Aerospace (Bae), rafforzatosi enormemente con l'acquisizione della Marconi, mentre in Francia si sono creati due grandi poli: Aérospatiale-Matra e Thomson-Csf. In Germania è emersa la grande potenza industriale, tecnologica e finanziaria del gruppo tedesco-statunitense Daimler Chrysler Aerospace AG (DASA). La frenetica corsa al gigantismo, che non è sinonimo di efficienza, ha in seguito travalicato le frontiere nazionali con una pronunciata tendenza all'integrazione orizzontale di tipo transnazionale volta a ridefinire i settori d'intervento e le dimensioni del mercato in cui si opera.
LE DUE "VIE" DELL'INDUSTRIA EUROPEA
Come ha scritto l'International Institute for Strategic Studies di Londra (2) le due possibili strade che può percorrere l'industria europea degli armamenti sono l'allargamento della collaborazione tra industria statunitense ed europea per costruire una efficiente base tecnologica e industriale comune oppure la creazione di due fortezze industriali-militari indipendenti e anche in competizione.
Tale scelta non si presenta più a livello nazionale ma nell'ambito della nuova entità politica sovranazionale europea, ponendo la questione dei possibili condizionamenti esercitati sugli esponenti di governo dalle strategie contrapposte dei grandi schieramenti industriali in formazione.
Una sempre maggiore collaborazione tra le due sponde dell'Atlantico è caldeggiata dalla dirigenza dei grandi gruppi inglesi per difendere i numerosi e cospicui investimenti realizzati nel corso degli anni Ottanta-Novanta nel comparto militare industriale statunitense e canadese, con un accesso limitato anche allo know-how statunitense. Oggi tali attività corrispondono a un giro d'affari di 4,5 miliardi di dollari annui, un patrimonio che verrebbe messo a repentaglio da una eventuale adesione alla politica della completa autonomia europea dagli USA. Ciononostante, gli stessi manager inglesi sono convinti che la collaborazione con i colossi statunitensi non potrà avvenire su un terreno di parità se a Washington e nei consigli d'amministrazione delle grandi aziende militari-industriali d'oltre oceano si vorrà perseguire il mantenimento dell'attuale supremazia tecnologica statunitense (3).
Sul fronte opposto si colloca il gruppo dirigente francese, favorevole a una pronunciata autonomia dell'Europa, mentre la Germania ha mantenuto sino all'ottobre di quest'anno un atteggiamento sostanzialmente ambiguo e più attento a consolidare le proprie posizioni che a scegliere tra le due vie.
Tutti gli attori di primo piano tuttavia mirano alla leadership politica, tecnologica e industriale nel processo di integrazione dell'industria aerospaziale europea, una posizione che si assocerebbe alla possibilità di condizionare gli investimenti e le linee di programmazione strategica di gran parte del settore ad elevato contenuto tecnologico del vecchio continente.
Come ha rilevato recentemente Vally Koubi (4) la natura delle armi moderne fa sì che mutamenti significativi nella tecnologia militare possano provocare cambiamenti repentini e profondi negli equilibri di potere a livello internazionale. È un fenomeno che oggi, e sempre più in futuro, influenzerà in modo determinante i rapporti di forza tra gli stati e/o tra le grandi regioni economiche e politiche del mondo. L'apertura delle frontiere ai capitali e alle tecnologie ha creato sinergie crescenti tra produzione e ricerca militare e civile, tali da rendere difficile la distinzione tra i due settori nell'industria elettronica, ad alta tecnologia, dei mezzi di trasporto e della logistica. Sembra dunque assai improbabile che i colossi statunitensi e il governo USA siano disposti a condividere il costoso primato in questo settore con l'Europa, pur in presenza di una tendenza transnazionale per quel che concerne la produzione e la commercializzazione dei sistemi d'arma e della componentistica. Si stima che per sostenere la competizione con gli Stati Uniti i paesi europei dovrebbero aumentare di oltre 20 miliardi di dollari all'anno i loro investimenti in programmi di ricerca: un esborso che andrebbe a completo beneficio delle industrie del settore con ricadute tutte da verificare per il settore civile.
LOTTE PER L'EGEMONIA NELL'INDUSTRIA DEGLI ARMAMENTI
La guerra contro la Jugoslavia ha incentivato il processo di consolidamento dell'industria a produzione militare: a giugno la DASA ha annunciato un accordo con la spagnola CASA ed è iniziata, da parte tedesca, la ricerca di una alleanza capace di contrastare il gruppo inglese sorto dalla fusione tra Bae e Marconi. Falliti i negoziati per cercare partners negli USA nell'ottica di quell'asse politico, industriale e militare statunitense-germanico che, secondo Richard Holbrooke, rappresenterebbe la più importante collaborazione per gli USA nel prossimo secolo, il 14 ottobre la DASA e la Aérospatiale-Matra hanno annunciato la fusione delle loro attività nel settore aerospaziale e degli armamenti e hanno dato vita, sotto l'egida politica dei primi ministri francese e tedesco, alla European Aeronautic, Defense and Space (EADS). Un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e il terzo al mondo. È tramontato definitivamente il progetto di fusione tra la Bae e Aérospatiale che avrebbe dovuto dare vita, sin dal 1998, alla European Aerospace and Defence Company.
Oggi in Europa esistono due grandi poli caratterizzati da strategie e disegni politici diversi e per i gruppi industriali degli altri paesi, Italia inclusa, si tratterà di scegliere la posizione ancillare più conveniente; tuttavia l'asse Berlino-Parigi sembra avere un progetto politico ed industriale più articolato e "globalizzato" come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l'aereo militare da trasporto europeo alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L'industria tedesca vedrebbe di buon occhio l'allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione "eurasiatica".
UN'INDUSTRIA ANOMALA
La forma che va assumendo oggi l'allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un'industria normale , tale politica finisce per generare tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per un paese. Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all'estero accordi tali da garantire la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d'azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l'attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito a una collaborazione tra apparati dello stato e aziende.
In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione e il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti. Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione e il marketing ma tengono ancora legate al paese d'origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all'innovazione dei prodotti.
LE RICHIESTE DEI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI
Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi e all'esecutivo dell'UE, che si sono sinora impegnati ad assecondarle in questa fase di transizione? Innanzitutto continuare e incrementare il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo e alla produzione su tutti i mercati, da quello nazionale al costituendo mercato europeo e ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili a favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare il rischio comunissimo dell'insolvenza e coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l'acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto sui sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei.
Si ritiene ovviamente indispensabile anche allentare i vincoli che sottopongono l'autorizzazione per i trasferimenti a criteri di verifica politica sulla destinazione finale dei sistemi, in relazione a situazioni di conflitto, violazioni dei diritti umani e corse regionali al riarmo. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore tali criteri sono d'ostacolo e vanno sostituiti - nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l'adozione del Codice di Condotta Europeo - con quelli che invece agevolano la libertà d'azione tramite l'espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e "sfuggenti" della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l'esercizio di un controllo democratico.
Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per assicurarsi un portafoglio ordini pianificato, ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio della Difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L'obiettivo politico è trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l'adozione e il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali come EFA (5). Nel convegno ASPEN svoltosi a Taormina il giugno scorso, il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che nei prossimi cinque anni occorrerà aumentare le spese per la difesa portandole dall'1,1% all'1,5% del PIL con un esborso di circa 8000 miliardi, impostazione cui si è già detto disponibile D'Alema qualora si concretizzi un'iniziativa comune europea negli armamenti e nella Difesa. Il documento di previsione della legge finanziaria già prevede per il prossimo esercizio una maggiore spesa per l'acquisto di armamenti (v. "G&P", n.64).
Questa strategia è comune a tutte le nazioni europee ed è estremamente probabile il suo trasferimento su scala continentale nell'eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare.
PER UN'EUROPA DEMOCRATICA E PACIFICA
Dagli scenari fin qui delineati è ovviamente assente la popolazione europea. Come è accaduto con l'unificazione monetaria da una parte la litigiosa élite europea raggiungerà faticosamente un compromesso tra interessi e aspirazioni contrastanti ,tra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).
Occorre contrastare con fermezza tale prospettiva, sapendo che al momento non sembra esistere un'opinione pubblica largamente favorevole alla costituzione di un esercito europeo, quando il cittadino ha visto decurtare in misura notevole gli investimenti pubblici nella protezione sociale, nella sanità e nella pubblica istruzione, in nome dei parametri stabiliti per accedere al mercato unico. Tuttavia la jacquerie contro l'ennesimo tributo per procurare i cannoni alla "Fortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999.
erebbe alla possibilità di condizionare gli investimenti e le linee di programmazione strategica di gran parte del settore ad elevato contenuto tecnologico del vecchio continente.
Come ha rilevato recentemente Vally Koubi (4) la natura delle armi moderne fa sì che mutamenti significativi nella tecnologia militare possano provocare cambiamenti repentini e profondi negli equilibri di potere a livello internazionale. È un fenomeno che oggi, e sempre più in futuro, influenzerà in modo determinante i rapporti di forza tra gli stati e/o tra le grandi regioni economiche e politiche del mondo. L'apertura delle frontiere ai capitali e alle tecnologie ha creato sinergie crescenti tra produzione e ricerca militare e civile, tali da rendere difficile la distinzione tra i due settori nell'industria elettronica, ad alta tecnologia, dei mezzi di trasporto e della logistica. Sembra dunque assai improbabile che i colossi statunitensi e il governo USA siano disposti a condividere il costoso primato in questo settore con l'Europa, pur in presenza di una tendenza transnazionale per quel che concerne la produzione e la commercializzazione dei sistemi d'arma e della componentistica. Si stima che per sostenere la competizione con gli Stati Uniti i paesi europei dovrebbero aumentare di oltre 20 miliardi di dollari all'anno i loro investimenti in programmi di ricerca: un esborso che andrebbe a completo beneficio delle industrie del settore con ricadute tutte da verificare per il settore civile.
LOTTE PER L'EGEMONIA NELL'INDUSTRIA DEGLI ARMAMENTI
La guerra contro la Jugoslavia ha incentivato il processo di consolidamento dell'industria a produzione militare: a giugno la DASA ha annunciato un accordo con la spagnola CASA ed è iniziata, da parte tedesca, la ricerca di una alleanza capace di contrastare il gruppo inglese sorto dalla fusione tra Bae e Marconi. Falliti i negoziati per cercare partners negli USA nell'ottica di quell'asse politico, industriale e militare statunitense-germanico che, secondo Richard Holbrooke, rappresenterebbe la più importante collaborazione per gli USA nel prossimo secolo, il 14 ottobre la DASA e la Aérospatiale-Matra hanno annunciato la fusione delle loro attività nel settore aerospaziale e degli armamenti e hanno dato vita, sotto l'egida politica dei primi ministri francese e tedesco, alla European Aeronautic, Defense and Space (EADS). Un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e il terzo al mondo. È tramontato definitivamente il progetto di fusione tra la Bae e Aérospatiale che avrebbe dovuto dare vita, sin dal 1998, alla European Aerospace and Defence Company.
Oggi in Europa esistono due grandi poli caratterizzati da strategie e disegni politici diversi e per i gruppi industriali degli altri paesi, Italia inclusa, si tratterà di scegliere la posizione ancillare più conveniente; tuttavia l'asse Berlino-Parigi sembra avere un progetto politico ed industriale più articolato e "globalizzato" come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l'aereo militare da trasporto europeo alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L'industria tedesca vedrebbe di buon occhio l'allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione "eurasiatica".
UN'INDUSTRIA ANOMALA
La forma che va assumendo oggi l'allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un'industria normale , tale politica finisce per generare tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per un paese. Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all'estero accordi tali da garantire la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d'azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l'attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito a una collaborazione tra apparati dello stato e aziende.
In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione e il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti. Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione e il marketing ma tengono ancora legate al paese d'origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all'innovazione dei prodotti.
LE RICHIESTE DEI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI
Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi e all'esecutivo dell'UE, che si sono sinora impegnati ad assecondarle in questa fase di transizione? Innanzitutto continuare e incrementare il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo e alla produzione su tutti i mercati, da quello nazionale al costituendo mercato europeo e ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili a favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare il rischio comunissimo dell'insolvenza e coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l'acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto sui sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei.
Si ritiene ovviamente indispensabile anche allentare i vincoli che sottopongono l'autorizzazione per i trasferimenti a criteri di verifica politica sulla destinazione finale dei sistemi, in relazione a situazioni di conflitto, violazioni dei diritti umani e corse regionali al riarmo. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore tali criteri sono d'ostacolo e vanno sostituiti - nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l'adozione del Codice di Condotta Europeo - con quelli che invece agevolano la libertà d'azione tramite l'espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e "sfuggenti" della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l'esercizio di un controllo democratico.
Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per assicurarsi un portafoglio ordini pianificato, ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio della Difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L'obiettivo politico è trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l'adozione e il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali come EFA (5). Nel convegno ASPEN svoltosi a Taormina il giugno scorso, il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che nei prossimi cinque anni occorrerà aumentare le spese per la difesa portandole dall'1,1% all'1,5% del PIL con un esborso di circa 8000 miliardi, impostazione cui si è già detto disponibile D'Alema qualora si concretizzi un'iniziativa comune europea negli armamenti e nella Difesa. Il documento di previsione della legge finanziaria già prevede per il prossimo esercizio una maggiore spesa per l'acquisto di armamenti (v. "G&P", n.64).
Questa strategia è comune a tutte le nazioni europee ed è estremamente probabile il suo trasferimento su scala continentale nell'eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare.
PER UN'EUROPA DEMOCRATICA E PACIFICA
Dagli scenari fin qui delineati è ovviamente assente la popolazione europea. Come è accaduto con l'unificazione monetaria da una parte la litigiosa élite europea raggiungerà faticosamente un compromesso tra interessi e aspirazioni contrastanti ,tra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).
Occorre contrastare con fermezza tale prospettiva, sapendo che al momento non sembra esistere un'opinione pubblica largamente favorevole alla costituzione di un esercito europeo, quando il cittadino ha visto decurtare in misura notevole gli investimenti pubblici nella protezione sociale, nella sanità e nella pubblica istruzione, in nome dei parametri stabiliti per accedere al mercato unico. Tuttavia la jacquerie contro l'ennesimo tributo per procurare i cannoni alla "Fortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999.
La guerra contro la Jugoslavia ha incentivato il processo di consolidamento dell'industria a produzione militare: a giugno la DASA ha annunciato un accordo con la spagnola CASA ed è iniziata, da parte tedesca, la ricerca di una alleanza capace di contrastare il gruppo inglese sorto dalla fusione tra Bae e Marconi. Falliti i negoziati per cercare partners negli USA nell'ottica di quell'asse politico, industriale e militare statunitense-germanico che, secondo Richard Holbrooke, rappresenterebbe la più importante collaborazione per gli USA nel prossimo secolo, il 14 ottobre la DASA e la Aérospatiale-Matra hanno annunciato la fusione delle loro attività nel settore aerospaziale e degli armamenti e hanno dato vita, sotto l'egida politica dei primi ministri francese e tedesco, alla European Aeronautic, Defense and Space (EADS). Un colosso che vale un fatturato potenziale di oltre 25 miliardi di dollari, il primo in Europa e il terzo al mondo. È tramontato definitivamente il progetto di fusione tra la Bae e Aérospatiale che avrebbe dovuto dare vita, sin dal 1998, alla European Aerospace and Defence Company.
Oggi in Europa esistono due grandi poli caratterizzati da strategie e disegni politici diversi e per i gruppi industriali degli altri paesi, Italia inclusa, si tratterà di scegliere la posizione ancillare più conveniente; tuttavia l'asse Berlino-Parigi sembra avere un progetto politico ed industriale più articolato e "globalizzato" come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l'aereo militare da trasporto europeo alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L'industria tedesca vedrebbe di buon occhio l'allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione "eurasiatica".
UN'INDUSTRIA ANOMALA
La forma che va assumendo oggi l'allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un'industria normale , tale politica finisce per generare tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per un paese. Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all'estero accordi tali da garantire la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d'azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l'attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito a una collaborazione tra apparati dello stato e aziende.
In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione e il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti. Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione e il marketing ma tengono ancora legate al paese d'origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all'innovazione dei prodotti.
LE RICHIESTE DEI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI
Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi e all'esecutivo dell'UE, che si sono sinora impegnati ad assecondarle in questa fase di transizione? Innanzitutto continuare e incrementare il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo e alla produzione su tutti i mercati, da quello nazionale al costituendo mercato europeo e ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili a favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare il rischio comunissimo dell'insolvenza e coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l'acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto sui sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei.
Si ritiene ovviamente indispensabile anche allentare i vincoli che sottopongono l'autorizzazione per i trasferimenti a criteri di verifica politica sulla destinazione finale dei sistemi, in relazione a situazioni di conflitto, violazioni dei diritti umani e corse regionali al riarmo. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore tali criteri sono d'ostacolo e vanno sostituiti - nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l'adozione del Codice di Condotta Europeo - con quelli che invece agevolano la libertà d'azione tramite l'espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e "sfuggenti" della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l'esercizio di un controllo democratico.
Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per assicurarsi un portafoglio ordini pianificato, ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio della Difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L'obiettivo politico è trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l'adozione e il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali come EFA (5). Nel convegno ASPEN svoltosi a Taormina il giugno scorso, il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che nei prossimi cinque anni occorrerà aumentare le spese per la difesa portandole dall'1,1% all'1,5% del PIL con un esborso di circa 8000 miliardi, impostazione cui si è già detto disponibile D'Alema qualora si concretizzi un'iniziativa comune europea negli armamenti e nella Difesa. Il documento di previsione della legge finanziaria già prevede per il prossimo esercizio una maggiore spesa per l'acquisto di armamenti (v. "G&P", n.64).
Questa strategia è comune a tutte le nazioni europee ed è estremamente probabile il suo trasferimento su scala continentale nell'eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare.
PER UN'EUROPA DEMOCRATICA E PACIFICA
Dagli scenari fin qui delineati è ovviamente assente la popolazione europea. Come è accaduto con l'unificazione monetaria da una parte la litigiosa élite europea raggiungerà faticosamente un compromesso tra interessi e aspirazioni contrastanti ,tra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).
Occorre contrastare con fermezza tale prospettiva, sapendo che al momento non sembra esistere un'opinione pubblica largamente favorevole alla costituzione di un esercito europeo, quando il cittadino ha visto decurtare in misura notevole gli investimenti pubblici nella protezione sociale, nella sanità e nella pubblica istruzione, in nome dei parametri stabiliti per accedere al mercato unico. Tuttavia la jacquerie contro l'ennesimo tributo per procurare i cannoni alla "Fortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999.
come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l'aereo militare da trasporto europeo alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L'industria tedesca vedrebbe di buon occhio l'allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione "eurasiatica".
UN'INDUSTRIA ANOMALA
La forma che va assumendo oggi l'allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un'industria normale , tale politica finisce per generare tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per un paese. Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all'estero accordi tali da garantire la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d'azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l'attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito a una collaborazione tra apparati dello stato e aziende.
In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione e il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti. Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione e il marketing ma tengono ancora legate al paese d'origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all'innovazione dei prodotti.
LE RICHIESTE DEI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI
Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi e all'esecutivo dell'UE, che si sono sinora impegnati ad assecondarle in questa fase di transizione? Innanzitutto continuare e incrementare il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo e alla produzione su tutti i mercati, da quello nazionale al costituendo mercato europeo e ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili a favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare il rischio comunissimo dell'insolvenza e coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l'acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto sui sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei.
Si ritiene ovviamente indispensabile anche allentare i vincoli che sottopongono l'autorizzazione per i trasferimenti a criteri di verifica politica sulla destinazione finale dei sistemi, in relazione a situazioni di conflitto, violazioni dei diritti umani e corse regionali al riarmo. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore tali criteri sono d'ostacolo e vanno sostituiti - nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l'adozione del Codice di Condotta Europeo - con quelli che invece agevolano la libertà d'azione tramite l'espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e "sfuggenti" della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l'esercizio di un controllo democratico.
Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per assicurarsi un portafoglio ordini pianificato, ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio della Difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L'obiettivo politico è trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l'adozione e il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali come EFA (5). Nel convegno ASPEN svoltosi a Taormina il giugno scorso, il ministro della Difesa italiano ha dichiarato che nei prossimi cinque anni occorrerà aumentare le spese per la difesa portandole dall'1,1% all'1,5% del PIL con un esborso di circa 8000 miliardi, impostazione cui si è già detto disponibile D'Alema qualora si concretizzi un'iniziativa comune europea negli armamenti e nella Difesa. Il documento di previsione della legge finanziaria già prevede per il prossimo esercizio una maggiore spesa per l'acquisto di armamenti (v. "G&P", n.64).
Questa strategia è comune a tutte le nazioni europee ed è estremamente probabile il suo trasferimento su scala continentale nell'eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare.
PER UN'EUROPA DEMOCRATICA E PACIFICA
Dagli scenari fin qui delineati è ovviamente assente la popolazione europea. Come è accaduto con l'unificazione monetaria da una parte la litigiosa élite europea raggiungerà faticosamente un compromesso tra interessi e aspirazioni contrastanti ,tra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).
Otra sudditanza subdola agli Stati Uniti e aneliti da "superpotenza" pronta alle sfide globali. D'altro canto si farà di tutto per non coinvolgere i cittadini europei in un dibattito sulle possibili alternative a una concezione della sicurezza incentrata esclusivamente sulla forza degli apparati militari-industriali. Lo "stato" europeo ha dunque ottime probabilità di nascere già pericolosamente in contrasto con le aspirazioni alla democrazia e al benessere di miliardi di esseri umani in un pianeta dominato da pochi centri di potere finanziario, industriale, commerciale e militare. Il destino della "fortezza Europa" sarà così quello di trasformarsi in una sorta di commissariato di polizia con funzioni di ordine pubblico interno e internazionale, necessario a mandare avanti gli affari (6).O
ccorre contrastare con fermezza tale prospettiva, sapendo che al momento non sembra esistere un'opinione pubblica largamente favorevole alla costituzione di un esercito europeo, quando il cittadino ha visto decurtare in misura notevole gli investimenti pubblici nella protezione sociale, nella sanità e nella pubblica istruzione, in nome dei parametri stabiliti per accedere al mercato unico. Tuttavia la jacquerie contro l'ennesimo tributo per procurare i cannoni alla "Fortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, 1999.
ortezza Europa" resterebbe fine a se stessa se non diventasse un vasto movimento politicamente cosciente, capace di avanzare in tutti i paesi dell'Unione proposte alternative su temi basilari per lo stesso esercizio del diritto di cittadinanza quali sono la Difesa e le relazioni internazionali.
NOTE
(1) Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell'era della supremazia americana, Milano, 1997; si tratta di una lettura per certi aspetti molto istruttiva.
(2) IISS, Strategic Survey 1998/99.
(3) È di questo avviso Keith Hayward, dirigente della Bae, cfr. "Défense nationale", n. 6, 1999.
(4) Vally Koubi, Military Technology Races, in "International Organization", vol. 53, n. 3, estate 1999
(5) In Italia le leggi che consentono di elargire sovvenzioni all'industria aerospaziale e degli armamenti sono: n. 130 e n. 237 del 1993 - con autorizzazioni pluriennali di spesa per 137.400 miliardi -, n. 266 del 1997, n. 140 del 1999, con stanziamenti per 84.800 miliardi nel settore aerospaziale e delle tecnologie ad uso duale.
(6) L'efficace metafora è tratta da Zygmunt Bauman,
Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari,
1999.