TEBIO: VETRINA DELLE MULTINAZIONALI
PER CHI VUOLE CHIAREZZA
SULLE MANIPOLAZIONI GENETICHE
E NON ACCETTA
LA MANIPOLAZIONE DELL'INFORMAZIONE
· L'impostazione della mostra mercato
"TEBIO è soprattutto informazione, in risposta ai maggiori interrogativi
che ruotano nel campo delle biotecnologie. L'intento è
quello di stimolare i presupposti affinché i risultati della ricerca
possano essere trasferiti a livello industriale" (Luigino Montarsolo
- presidente della Fiera di Genova - dal Secondo Annuncio per TEBIO Prima mostra-convegno
internazionale sulle biotecnologie)
"Credo che TEBIO possa svolgere un ruolo importante per far comprendere quanto
sia necessario nel nostro paese lo sviluppo del biotech su scala industriale".
E ancora TEBIO può "offrire un'opportunità d'incontro alle aziende
che operano nel settore e
stimolare la nascita di nuova impresa, attraverso meccanismi che agevolino il
trasferimento tecnologico della ricerca" (Leonardo Santi - presidente del Centro
Biotecnologie Avanzate - dal Secondo Annuncio per TEBIO Prima mostra-convegno
internazionale sulle biotecnologie).
E' su questi presupposti piuttosto ingenui che si pensa di fornire una vetrina alle grandi multinazionali del biotech, dando l'illusione al pubblico che il mercato in questo settore stia maturando liberamente e non sia concentrato da anni nelle mani di pochi ben individuati marchi biotecnologici e farmaceutici che stanno condizionando pesantemente i settori della ricerca e del commercio globali.
Per una mostra-mercato come TEBIO (Fiera Internazionale di Genova 24-26 maggio
2000), che nasce accompagnata dallo slogan "Informarsi è naturale", fornire
sin dal principio un'informazione deformata e un obiettivo falsato dai condizionamenti
oligopolistici dei grandi giganti del mercato è un clamoroso autogol.
Bene avrebbero fatto gli organizzatori a dichiarare i veri obiettivi di una
tre giorni di carattere spiccatamente industriale e commerciale, vista l'assenza
di quegli economisti, scienziati e
ricercatori, che hanno dato voce alle istanze ambientaliste e dei paesi del
Sud del Mondo in occasione di appuntamenti internazionali ben più ambiziosi
della Fiera di Genova.
Probabilmente l'Ente Fiera e il Centro per le Biotecnologie Avanzate (CBA), gli stessi enti pubblici coinvolti nel comitato promotore di TEBIO (Regione Liguria, Comune e Provincia di Genova) o che patrocinano la fiera-mercato (come la Presidenza del Consiglio e il Ministero delle Politiche Agricole), ignorano che tra le tematiche che hanno portato al fallimento dei negoziati di Seattle dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO) erano al centro del confronto gli accordi sull'agricoltura e i servizi (GATS), quelli sui diritti di proprietà intellettuale (TRIPs) e il trattamento degli investitori stranieri (TRIMs). Tutti temi e argomenti cari alle multinazionali delle biotecnologie che vorrebbero carta bianca per acquisire la proprietà dei cosiddetti materiali viventi per gestirli in condizioni di esclusiva sul mercato mondiale e commercializzarli senza vincoli normativi. Si tenta così di anteporre alle aspirazioni di equità sociale (emerse in occasione del vertice mondiale sull'ambiente di Rio de Janeirio nel 1992) la tutela della proprietà privata (auspicata dagli accordi del TRIPs, siglati dal WTO nel 1995).
E' la stessa impostazione, basata su un concetto di pirateria economico-industriale,
che vorrebbe vedere le regole dettate dalle
imprese e dagli investimenti privati avere la prevalenza sulle norme e sulle
regole internazionali e nazionali. Quella impostazione che ha fatto fallire
alla fine degli anni '90 miseramente - grazie alla mobilitazione di ambientalisti,
sindacalisti, organizzazioni no
profit, settori del commercio equo e solidale - la forzatura sul MAI - Accordo
Multilaterale sugli Investimenti, che addirittura stabiliva penalizzazioni per
quegli Stati che avessero in qualche modo tentato di contrastare la supremazia
delle multinazionali.
Questa supremazia si basa sulla libera circolazione delle merci e dei capitali
finanziari, ottenuta attraverso una progressiva deregulation dell'economia globale,
mentre aumenta progressivamente il controllo sociale sulla forza lavoro e la
sua parcellizzazione. Abbiamo così corporazioni multinazionali che svolgono
i loro affari in ogni paese del mondo, espropriando le risorse economiche locali
e influendo direttamente sui i diritti dei cittadini e dei lavoratori. Le grandi
aziende multinazionali mirano alla creazione di un mercato unico che consenta
di delocalizzare loro centri direzionali e le loro produzioni nei paesi
dove è più bassa la pressione fiscale, più blandi sono
i controlli ambientali e dove è minore il costo del lavoro. Il 70% del
commercio mondiale, l'80% degli investimenti, il 30% dell'economia mondiale,
sono controllati da 500 multinazionali. Queste si servono di accordi commerciali
siglati nei ristretti meeting delle élite dirigenziali dei paesi più
ricchi e sanciti da istituzioni transnazionali, come l'Organizzazione Mondiale
del Commercio.
· Alcune notizie sul mercato delle biotecnologie
In questo quadro, e come vedremo più avanti, appare ingenuo e sinceramente abbastanza ridicolo spacciare l'appuntamento TEBIO come il riscatto dell'industria biotecnologica italiana.
Infatti, solo per fornire alcuni dati:
· Le prime dieci industrie agrochimiche mondiali
controllano l'81% dei 29 miliardi di dollari del totale mercato agrochimico;
· Le industrie leader delle "scienze della vita" controllano il 37% dei
15 miliardi di dollari annuali del mercato globale dei sementi;
· Le prime dieci industrie farmaceutiche mondiali controllano il 47%
dei 197 miliardi di dollari del mercato farmaceutico;
· Dieci aziende multinazionali controllano il 43% dei 15 miliardi di
dollari del commercio farmaceutico veterinario;
· Al top della lista della "scienza della vita" ci sono dieci compagnie
alimentari internazionali.
Come si può capire questo mercato è fortemente condizionato da pochi, grandi attori che concentrano nelle proprie mani un nuovo impressionante potere.
Monsanto Corporation, industria di prodotti chimici tra i leader mondiali
ha liquidato nel '97 l'intera divisione chimica e si è
concentrata sullo sviluppo e il marketing delle biotecnologie: la Novartis,
un gigante mondiale risultato della fusione, stimata in 27 miliardi di dollari
di due società svizzere (la farmaceutica Sandoz e l'agrochimica Ciba-Geigy),
è un esempio tipico della tendenza al raggruppamento industriale nella
nuova era commerciale. La Dow Elanco ha acquisito il 65% della quota
della Microgen, una società biotecnologica che ha numerosi brevetti biotecnologici
con grandi potenzialità. La Du Pont, la quinta ditta agrochimica
del mondo, ha acquistato nel 1997, per 1.7 miliardi di dollari, il 20% della
Pioneer Hi Bred, l'industria di sementi più grande del mondo. La AgrEvo,
nel 1996, ha acquistato la Plant Genetic System per 725 milioni di dollari.
Per dare un'idea della rapida evoluzione degli scenari, ad esempio nel settore agricolo:
· nel 1996 a livello mondiale c'erano 2.8 milioni
di ettari coltivati a "biotech", mentre le previsioni per l'anno 2000 oscillano
tra i 60 e gli 80 milioni di ettari, il 78% dei quali concentrati nel Nord America;
· a livello mondiale tendono ad affermarsi piante geneticamente modificate
che sono tra quelle maggiormente commerciabili, quali la soia (49% della superficie
totale investita a colture transgeniche al 1998) mais (28%), colza (8%, cotone
(8%) e tabacco (5%);· i prodotti transgenici sono per il 67% della superficie
totale coltivata resistenti agli erbicidi e per il 26% agli insetti;
· l'Italia è in una posizione di leadership nelle prove sperimentali
per colture quali il pomodoro, le orticole, le arboree e le
floricole, registrando dal 32% al 61% del totale della ricerca in questi campi
dell'Unione Europea.
· La ricerca nel settore delle biotecnologie
Sono proprio ditte come Monsanto e Novartis che agiranno da protagoniste sulla
scena di TEBIO e poco vale presentare come
contraltare alla ribalta della mostra-mercato genovese il mondo della ricerca
quando i rapporti tra quest'ultimo e le industrie
biotecnologiche è stretto e consolidato nel tempo. Infatti, uno studio
dell'università di Harvard sui rapporti che intercorrono tra i
ricercatori e le aziende biotech condotto su 550 imprese impegnate in questo
settore rileva che circa il 20% dei fondi è stato indirizzato alla ricerca
universitaria, che spesso non può quindi pubblicizzare i risultati degli
studi a causa dell'apposizione del segreto industriale. E' questo un grave elemento
di condizionamento che si sta affermando anche in Europa e in Italia,
che rischia di asservire la ricerca alla logica del profitto, invece che consentire
il perseguimento del bene collettivo.
Il connubio tra interessi industriali multinazionali e mondo della ricerca sta creando le premesse per uno sviluppo impetuoso di questo settore, basato su una selvaggia deregulation che sta rivoluzionando il sistema economico e rischia di riscrivere il paradigma su cui si basano le scienze delle vita come le abbiamo conosciute nel corso di questi ultimi secoli.
Infatti, come asserito da Jeremy Rifkin,, presidente della Fondazione Economic
Trends di Washington, nel suo libro "Il Secolo Biotech": · L'abilità
di isolare, identificare e ricombinare i geni fa del patrimonio genetico una
nuova materia prima per l'attività economica futura. Le tecniche del
Dna ricombinante e altre biotecnologie consentono agli scienziati di individuare,
manipolare e sfruttare le risorse genetiche per fini economici specifici; ·
la concessione di brevetti sui geni, sulle linee cellulari, sugli
organi e sugli organismi manipolati geneticamente, nonché sui processi
usati per alterarli, dà al mercato l'incentivo commerciale
per sfruttare le nuove risorse; · la globalizzazione dei commerci rende
possibile una ricostruzione complessiva della biosfera mediante una seconda
genesi concepita in laboratorio, la creazione di una natura bioindustriale prodotta
artificialmente e costruita per rimpiazzare gli schemi propri dell'evoluzione.
Come si può vedere questi cambiamenti in atto se non contrastati e regolamentati
rischiano di rivoluzionare il mondo come l'abbiamo conosciuto sinora non solo
per quel che riguarda i meccanismi che regolano le leggi e il mercato, ma gli
stessi principi etici e i diritti fondamentali, comuni a tutta l'umanità.
E' contro quest'impostazione che stanno combattendo le organizzazioni
non governative (ong) e il fronte istituzionale ed economico-sociale che
ha dato vita alla battaglia di Seattle chiedendo che il pool genetico non venga
messo in vendita a nessun prezzo ma rimanga un bene pubblico aperto a tutti,
che possa essere usato liberamente dalle generazioni attuali e future.
· Le biotecnologie e il principio precauzionale
Come abbiamo visto dai dati sulla concentrazione della proprietà e da alcune informazioni significative sulla produzione nei settori agricolo, farmaceutico e medicale i problemi riguardanti le biotecnologie sono molti e molto delicati:
· è difficile se non impossibile prevedere le innumerevoli variabili
degli effetti delle modificazioni e le loro ricadute negative
sull'ambiente e sulla salute umana;
· la reinvenzione, l'imposizione di brevetti sulla materia vivente e
l'immissione sul mercato di alcuni prodotti ampiamente
commercializzabili rischia di avere pesanti conseguenze sulla ricchezza delle
biodiversità del nostro pianeta, peraltro in
progressiva erosione proprio per le modificazioni indotte dalla specie umana
(ogni anno scompaiono 27 mila specie, 74 ogni giorno).
Di conseguenza, l'omologazione biotecnologica può provocare anche una
perdita di tradizioni e eredità culturali che conformano l'identità
dei popoli, contribuendo ad aumentare il dominio economico e sociale del Nord
sul Sud del mondo;
· pensare che le biotecnologie possano incidere significativamente
sulla fame nel mondo è utopistico, considerato che questo fenomeno si
basa su dinamiche prettamente economiche di sperequazione delle risorse (al
20% della popolazione mondiale spetta l'80% delle risorse). Gli ogm sono modellati
per le esigenze delle popolazioni dei paesi più ricchi e potrebbero non
essere adatti per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, che necessitano
di alimenti adeguati al contesto in cui vivono. Inoltre l''instabilità
politica, la mancanza di conoscenze e supporti tecnologici adeguati possono
impedire una corretta gestione degli ogm nei paesi più poveri.
· le biotecnologie rischiando di nascondere conseguenze sanitarie
anche per l'uomo sotto forma di abbassamento delle difese immunitarie, allergie
e intossicazioni (provocate da sostanze che non possono essere individuate nei
prodotti gm), che possono produrre effetti anche a distanza di tempo;
· nel settore biomedico benché le applicazioni della biologia
molecolare abbiano contribuito allo studio e alla cura di malattie ereditarie
o degenerative, c'è da ricordare che l'obiettivo prioritario delle industrie
biotech è quello di esercitare il diritto di brevetto non solo su organismi
da loro modificati ma anche sui geni o sulle parti di organismi viventi,
compresi quelli umani, esistenti in natura e da loro scoperti;
· la brevettazione di ogm, geni o loro parti ha, inoltre, conseguenze
molto rilevanti dal punto di vista sociale ed economico ad esempio in agricoltura:
un contadino che coltiva piante o animali geneticamente modificati non sarà
più proprietario del risultato del suo lavoro ma dovrà sottostare
alle regole imposte dalle multinazionali detentrici del brevetto. Intervenire
con le biotecnologie per produrre semi sterili significa mettere in ginocchio
l'economia agricola dei paesi più poveri, costringendoli forzosamente
a riacquistare continuamente la materia prima vivente dai paesi ricchi;
· modificare l'informazione genetica degli animali risponde ad una
logica aberrante che li fa diventare una sorta di macchina per la produzione
di carne o latte, che devono essere disponibili in quantità sempre maggiori
e di qualità le più diverse, a seconda delle esigenze del mercato;
· gli xenotrapianti - trapianti sulla specie umana di organi animali
umanizzati attraverso la manipolazione genetica - rischiano di trasferire in
maniera incontrollata virus latenti, che nella specie di origine avevano stabilito
un rapporto di equilibrio, grazie anche all'uso negli interventi operatori di
farmaci che bloccano le difese immunitarie;
· i vegetali geneticamente modificati autorizzati dall'Unione Europea
sono cinque: mais, soia, colza, radicchio e tabacco. In Europa la produzione
di vegetali geneticamente modificati è consentita dal 1993, ma solo a
titolo sperimentale e senza l'autorizzazione all'immissione in commercio. Ma
lo svolgimento delle sperimentazioni
in campo aperto rischia di diffondere in maniera incontrollata gli ogm in tutta
Europa e in particolare in Italia che, con i suoi 250 terreni sperimentali,
vanta il primato nel vecchio continente;
· le multinazionali biotech stanno inoltrando alle autorità competenti
internazionali e nazionali le richieste di autorizzazione per la commercializzazioni
di molti prodotti geneticamente modificati. Se le multinazionali riusciranno
a convincere le autorità competenti che i nuovi organismi geneticamente
modificati (ogm) sono equivalenti, dal punto di vista nutrizionale e d'uso a
quelli già esistenti le autorizzazioni del caso saranno praticamente
automatiche;
· anche il consumatore sta subendo le conseguenze di questa situazione,
poiché utilizza prodotti geneticamente modificati senza che questa caratteristica
venga dichiarata sull'etichetta. Infatti, una quota rilevante di prodotti immessi
sui mercati europeo e italiano provengono da paesi come gli Stati Uniti dove
non c'è obbligo di informazione a questo riguardo.
· Le istanze dei cittadini e dei consumatori
L'immissione sul mercato di organismi geneticamente modificati (ogm) senza un adeguato controllo preventivo e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche hanno creato una crescente e più che giustificata preoccupazione nell'opinione pubblica per le conseguenze ambientali, sanitarie e sociali che potrebbero derivare da un'incontrollata diffusione di ogm, e per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano.
Il fatto più preoccupante è che, se da una parte sono ben chiari
gli interessi economici che spingono le multinazionali a investire in questo
settore nella speranza di forti guadagni futuri, è invece lampante che
il bilancio costi-benefici non va a favore della
collettività.
A questo proposito, si deve ricordare che la possibilità di utilizzare
al meglio le risorse biologiche di cui è ricchissimo il
Sud del mondo è inversamente proporzionale alla legittima aspirazione
al benessere delle popolazioni più povere. Infatti, dove
la varietà genetica è enorme, manca la tecnologia per utilizzarla
e chi dispone della tecnologia ha attitudini, obiettivi e politiche
predatorie di corto respiro, che creano profondi squilibri ambientali, economici
e sociali..
Le esperienze negative che tutti abbiamo vissuto con le industrie chimiche
e con il nucleare, che hanno provocato ingenti danni
all'ecosistema e lasciato gravose eredità ambientali alle generazioni
future, c'insegnano come si debba guardare con attenzione e sospetto le facili
semplificazioni riguardanti nuove tecnologie che possono incidere in maniera
determinante sugli equilibri ambientali e sulla nostra salute. Biotecnologie,
fortemente condizionate da interessi economici privati, che si sottraggono o
forzano la mano a un vaglio scientifico attento e indipendente.
Infatti, un organismo geneticamente modificato può essere pericoloso
o perché noi vogliamo che sia tale o perché le sostanze per le
quali il gene introdotto ha l'informazione presentano pericoli non inizialmente
previsti, o perché il gene interagisce in modo
imprevisto con il contesto o, ancora, perché è l'organismo geneticamente
modificati in quanto tale che interagisce in modo
dannoso con l'ecosistema in cui si trova. E' infine possibile che gli ogm di
per sé siano potenzialmente innocui ma vengano usati da noi in modo pericoloso.
E' per questo che bisogna adottare il principio precauzionale nei confronti
di tecnologie di cui si ignorano tutte le possibili
implicazioni e ricadute attuali e gli effetti nel medio e lungo periodo. Quel
principio che si sta già affermando spontaneamente tra
i consumatori, provocando il calo negli Stati Uniti delle semine di mais, cotone
e soia geneticamente modificati e cui si può attribuire la perdita secca
di 200 milioni di dollari registrata dagli agricoltori americani per la mancata
vendita di granoturco in Europa. Anche in occasione dell'ultimo vertice internazionale
di Montreal, come prima a Seattle, il diritto all'informazione, la difesa
dell'ambiente e la tutela della biodiversità sono riuscite a imporsi
sulla logica del libero commercio, ottenendo una maggiore attenzione da parte
degli operatori commerciali sulle problematiche legate alla sicurezza alimentare,
alla tutela ambientale e alla salute delle persone. Sono queste esigenze di
trasparenza e completezza, riguardanti problematiche molto delicate che non
trovano spazio e cittadinanza nella fiera-mercato TEBIO, che rischia di essere
solo una vuota e
provinciale convention dove saranno protagonisti i rappresentanti di commercio
del biotech, invece che un'occasione di confronto esauriente sulle nuove frontiere
della ricerca, del mercato e delle regole.
Fino a quando non saranno stabilite nuove regole internazionali, che assicurino la preminenza dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, degli interessi collettivi diffusi per la difesa dell'ambiente e della salute rispetto alle logiche del mercato, saranno sempre più diffuse e frequenti le interferenze dei cittadini globali sulle decisioni dei "global leader".
Questo vale soprattutto, come nel caso di appuntamenti quali TEBIO, quando non si tiene in alcun conto la necessità di ascoltare, coinvolgere e riconoscere pienamente il ruolo svolto dai cittadini, dai consumatori, dagli agricoltori, dagli ambientalisti, dagli operatori dei settori dell'economia etica e del commercio equo e solidale.
Non è un caso che non sia possibile esercitare un controllo democratico
su organismi non elettivi, quali WTO (Organizzazione
Mondiale del Commercio) e ERT (Tavola Rotonda degli Industriali), che pretendono
di condizionare pesantemente la vita delle persone e le loro scelte economiche
e di influire in maniera determinante sull'integrità e la vivibilità
dell'ambiente. E' la stessa logica che vorrebbe attribuire G8 - che raggruppa
i governi degli gli stati più industrializzati (Stati Uniti, Canada,
Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Russia) - il governo
del pianeta, delegittimando l'ONU, organismo che va sì riformato ma dove
siedono paesi ricchi e paesi poveri.
Cosa chiediamo
E' alla luce di queste considerazioni che:
1) chiediamo di decidere democraticamente circa il nostro futuro e la
nostra qualità della vita, rivendicando pienamente i nostri
diritti
fondamentali alla salute, all'integrità dell'ambiente e
all'informazione e facendo prevalere il bene comune sulle regole del
mercato e del profitto;
2) reclamiamo la piena applicazione del principio precauzionale, così
come è stato definito nel vertice mondiale sull'ambiente di
Rio de
Janeiro del 1992 e ribadito nella conferenza internazionale sulla
biodiversità di Montreal del 1999 da 130 governi del mondo e
da 40
ministri, che si concretizzi, tra l'altro in un bando del libero uso
e rilascio nell'ambiente di organismi geneticamente modificati, sino
a quando siano state studiate approfonditamente le interazioni
ecologiche e adeguate misure di salvaguardia;
3) auspichiamo l'applicazione di procedure e lo svolgimento di studi
per la valutazione di impatto ambientale. sui rilasci nell'ambiente
di ogm, che siano trasparenti e approfonditi e che includano anche:
la verifica dell'impatto delle mutate pratiche per la coltivazione;
la valutazione dell'invasione di habitat naturali e seminaturali; lo
studio riguardante il pericolo di sostituzione delle specie autoctone
da parte di piante e animali geneticamente modificati;
4) chiediamo un aumento degli stanziamenti pubblici nel settore della
ricerca biologica di base e applicata per una scienza meno al
servizio dei privati e più rispondente all'interesse collettivo;
5) chiediamo una chiara etichettatura dei prodotti nel rispetto
di
una corretta informazione per i consumatori e la costituzione di un
Osservatorio indipendente sulla commercializzazione dei prodotti;
6) pretendiamo la definizione di norme di legge chiare che
regolamentino il settore delle biotecnologie, frutto di un dibattito
pubblico e di una procedura partecipativa, che coinvolgano pienamente
le organizzazioni non governative rappresentanti di interessi diffusi;
7) invitiamo gli organismi internazionali quali l'Unione Europea
e i
governi nazionali a individuare concrete misure di sostegno economico
e di promozione dell'agricoltura biologica e dei prodotti tipici che
fanno parte della cultura materiale dei popoli.
8) vogliamo che sia riconosciuto in ambito internazionale il divieto
di qualsiasi forma di brevetto delle forme di vita esistenti sul
Pianeta, che devono essere considerate patrimonio comune
dell'umanità.
E' per discutere senza condizionamenti delle regole democratiche, dei meccanismi del mercato e dei nostri diritti che rivendichiamo la libertà di informarci con completezza.
PER CHI RITIENE CHE
INFORMARSI CORRETTAMENTE
SIA NATURALE
Rete Lilliput - Coordinamento Ligure