DOPO NIZZA
...ad un anno dalla NASCITA
DEL MOVIMENTO DI SEATTLE

articolo tratto dalla MAILING LIST REDS N°10
www.ecn.org/reds
E' forse prematuro tirare un bilancio dalla fase di movimento aperta da Seattle.
Eravamo nel dicembre dell'anno scorso e quell'evento ha suscitato molte speranze
ed aspettative. Ci aveva colpito l'eterogeneità delle forze che allora contestavano
la riunione dei potenti della Terra; ci aveva anche piacevolmente sorpreso lo
smarrimento dei capi di stato, e dello stesso Clinton, costretto a correre sulla
difensiva; e lo spiazzamento dei media costretti dalla forza degli eventi a dare
spazio alle ragioni del movimento.
Da allora vi sono stati altri appuntamenti, tra cui Bologna, Praga, ed ora Nizza.
Se ne preparano altri: a Genova, a Palermo... Ormai c'è una scansione della mobilitazione
abbastanza consolidata: c'è una riunione internazionale di organismi sovranazionali,
parte il tam tam informatico, e non solo, per organizzare il "controvertice" e
la contestazione, un gruppo organizzativo locale si offre di fare da supporto,
e, alla fine, nel giorno dell'appuntamento, convergono i vari settori a disturbare
la riunione dei grandi capi. Nella sinistra antagonista e non solo vi è una certa
speranza che quello che viene definito a volte "movimento di Seattle" e altre
volte "la generazione Seattle", possa smuovere le acque troppo stagnanti in cui
abbiamo dovuto muoverci in questi tristi anni di riflusso.
Cerchiamo qui di seguito di accennare a quelli che ci paiono i meriti e i limiti
di questo movimento.
a. Vi è una nuova generazione, anche se limitata nel numero, che sta crescendo
in una concreta educazione "internazionalista". Il dibattere temi di importanza
globale serve a uscire dal ghetto della propria "patria", l'organizzare scadenze
sovranazionali serve a mettersi in contatto con altre realtà "straniere", a confrontarsi
con loro, conoscere e scambiare esperienze. Significa nei fatti costruire un'Europa
dal basso aprendo relazioni al di là delle barriere statali che ci sono state
imposte. Non è un salto di poco conto per una sinistra, la nostra, che si è sempre
distinta per provincialismo e scarso interesse per ciò che a sinistra accade altrove.
b. La contestazione serve a rendere percettibile una possibilità di alternativa.
Se questa opposizione non fosse anche mediaticamente visibile passerebbe l'idea,
nel senso comune, che vi sono processi così "grandi" che, su di loro, non è possibile
alcun tipo di influenza: verrebbero considerati ineluttabili. L'Europa ad esempio
si può costruire in mille maniere e il modo con cui stanno procedendo i nostri
governi è quello che più fa comodo alle oligarchie del denaro e delle merci. La
contestazione serve a sottrarre "sacralità" a questi eventi, che hanno anche una
funzione scopertamente ideologica: servono a convincerci che i potenti pensano
a noi, e che ce ne dobbiamo stare buoni e tranquilli a casa, a guardarli in televisione
mentre parlano del nostro futuro.
c. Questo movimento ha obbligato ed obbliga le forze di sinistra a prendere posizione
e a spostarsi su un piano più critico. Questo risultato è stato evidente nella
stessa Seattle dove DS e Verdi erano andati ad integrare le schiere dei governanti
del mondo, ed hanno dovuto con grande imbarazzo relativizzare la propria posizione.
Il movimento sta attuando un benefico "svecchiamento" dell'immagine e, in parte,
della pratica del PRC. Nel campo dell'associazionismo troppo attento di solito
al proprio impegno monotematico, sta avvenendo un positivo processo di apertura
alle tematiche generali.
d. Questo movimento è trasversale e mette in comunicazione tra loro tradizioni
politiche anche radicalmente diverse. Quelle di tradizione cattolica e quella
comunista, i centri sociali e i giovani comunisti, ecc. Questa contaminazione
è positiva e feconda e aiuta ad uscire dal particolarismo e dal settarismo.
e. Registriamo inoltre una certa attenzione, positiva, a non creare leader carismatici
e burocrazie più o meno evidenti. Più che le singole personalità, sul palcoscenico
stanno dei collettivi, e non ci sembra, vista la storia della sinistra, un salto
qualitativo di poco conto.
E passiamo ai limiti.
Che ci pare risultino evidenti soprattutto dopo Nizza, anche se dei segnali erano
avvertibili anche dopo la mobilitazione di Praga. Individuare dei limiti comunque
non significa affatto condannarlo, ma porre le condizioni per compiere un passo
in avanti.
a. Risulta abbastanza chiaro che dopo il primo disorientamento visibile a Seattle,
i potenti della Terra abbiano "fatto il callo" a queste contestazioni. Essi dicono
tra sé e sé: sì, lo so, verranno a contestarci, ma sono pochi e sempre gli stessi,
basta prendere un po' di contromisure perché non ci entrino in casa e per il resto
facciamo quel che vogliamo. Si sono così potuti permettere repressioni brutali
e selvagge a Praga, e in parte a Nizza, senza pagare alcun prezzo nemmeno in termini
di immagine. Queste contestazioni, è evidente, che non li spaventano più.
b. Queste contestazioni non provocano alcun spostamento reale degli equilibri
e delle decisioni che i padroni del vapore intendono prendere. Ciò è risultato
del tutto evidente a Nizza, dove il vertice è andato avanti in tutta tranquillità,
e dove le contraddizioni che si sono registrate erano tutte interne agli equilibri
tra i vari imperialismi che là si confrontavano. Il "movimento Seattle" cioè,
risulta, da solo, non sufficiente non solo per bloccare i processi mondiali che
vengono avanti, ma anche per influirvi in qualche modo.
c. Abbiamo notato un certo restringimento delle aree politiche che aderiscono
a questo movimento. All'inizio l'universo che aderiva era piuttosto variegato.
Oggi abbiamo l'impressione che esso coinvolga sostanzialmente anarchici, centri
sociali e giovani comunisti. Dato che negli altri Paesi queste aree sono piuttosto
ristrette, negli appuntamenti europei risultano sempre preponderanti gli italiani.
Non riteniamo negativo l'impegno di queste forze che hanno dimostrato notevole
spirito di iniziativa e capacità organizzativa, ci pare però che in queste occasioni
dovremmo riuscire a mobilitare un arco più largo di forze.
d. Gli scontri che si registrano in occasione di queste contestazioni hanno acquisito
un che di rituale. Gli stessi mass media "vogliono" gli scontri, perché costituiscono
la merce prima dei loro notiziari. Sono "colore" senza cui l'audience crollerebbe
miseramente. Quando gli scontri non ci sono, si creano. A Nizza per esempio erano
stati di modestissima entità, eppure il giorno dopo sulle prime pagine dei giornali
pareva che l'intera Nizza fosse in fiamme. Non siamo pacifisti. Pensiamo che l'uso
della forza da parte degli oppressi sia a volte necessario. Siamo dell'opinione
però che in queste occasioni, proprio per evitare di restringere l'arco delle
possibili alleanze sociali necessarie, sia opportuno evitare di fornire l'esca
per lo scoppio di incidenti specialmente in situazioni in cui l'impreparazione
e l'improvvisazione provocano guai a coloro che sono meno preparati a sostenerli.
e. Vi è il pericolo che queste mobilitazioni finiscano per concentrare l'attenzione
e le energie militanti dei giovani che vi si impegnano. Eppure questi appuntamenti
non possono che essere il momento conclusivo di un percorso di coinvolgimento
che parta dalla base. Insomma: una associazione che si sposta a Nizza, lo deve
fare perché sul proprio territorio ha compiuto un infaticabile lavoro di sensibilizzazione
ed organizzazione. Troviamo invece un po' troppi compagni che ormai concentrano
la propria attenzione sul vertice in sé e sulla contestazione relativa, quando,
se realmente vogliamo mutare i rapporti di forza, è nella massa, pazientemente,
che dobbiamo lavorare per mutare il senso comune della gente, oggi orientato nettamente
dall'ideologia dominante.
f. In ultimo la cosa più importante. Questo è un movimento che in buona sostanza
coinvolge giovani, anche perché i lavoratori non hanno generalmente la possibilità
di spostarsi in Europa e stare in giro due o tre giorni. Alla contestazione nei
confronti del fenomeno che genericamente viene definito "globalizzazione", manca
un elemento fondamentale per essere incisivo: la presenza dei lavoratori. Capiamo
che la cosa a molti giovani può sembrare astratta, ma dato che a questo movimento
partecipano anche settori, come il PRC, che con settori organizzati di lavoratori
hanno contatti, pensiamo ci debba essere un salto qualitativo nei settori sociali
che il movimento coinvolge. Se non ci saranno risultati concreti anche i giovani
partecipanti dei vari appuntamenti internazionali prima o poi si stancheranno,
misurando la distanza tra i propri sforzi e i risultati raggiunti. E senza il
coinvolgimento di settori sostanziali del movimento sindacale, non si ha alcuna
realistica possibilità di spostare i rapporti di forza tra governi e cittadini.
A Nizza il 6 si è realizzata una grandissima manifestazione europea dei sindacati,
dove gli italiani (a parte il coordinamento RSU e il Sin Cobas) si sono distinti
per la propria assenza. Il giorno dopo c'è stata la contestazione dei giovani,
ma tra i due giorni non vi è stata alcun tipo di "incontro", chi ha manifestato
il 6, il 7 non c'era. Dunque: positivo che per la prima volta abbiamo visto una
manifestazione "europea" dei sindacati, negativo che questa non si sia incontrata
con il movimento.
In breve, per far compiere un salto qualitativo al movimento, e non precipitare
nella ritualità della contestazione, occorre focalizzare la nostra attenzione
nella costruzione del movimento a partire dalla base, nel nostro quartiere, nel
nostro posto di lavoro, nel nostro sindacato.