Debuttano a Seattle, esplodono nel dramma
di Genova
Sono ecologisti, pacifisti, antiliberisti. E sottovalutati
Senza nome, con mille idee
lottano "per un mondo migliore"
Mappa e numeri del movimento antagonista
di ANDREA DI NICOLA
LA REPUBBLICA
ROMA - "Sarete in 40 mila" disse il capo della polizia Gianni De
Gennaro ad un perplesso Vittorio Agnoletto durante una riunione preparatoria
del G8 di Genova. Quella previsione, soprattutto nel suo errore che per altro
sarà pagato duramente a livello di ordine pubblico, racconta bene quanto le
élite, la classe dirigente, i leader della politica si siano trovati spiazzati
davanti alla sfida lanciata dal movimento in lotta contro il Wto, la Banca
mondiale, le multinazionali in una parola contro la globalizzazione guidata
dai più forti. Quell'errore del capo della polizia ci dice che sono loro la
novità imprevista dell'Italia in questo inizio di terzo millennio.
Da dove erano venuti fuori quei 300 mila in gran parte giovani che il 21 luglio
hanno invaso le strade di Genova e che il giorno prima, avevano assediato
gli otto grandi e in almeno 10 mila, si erano scontrati per ore con la polizia
fino a che uno di loro non fu colpito a morte da un colpo sparato dalla pistola
di un carabiniere? De Gennaro, uomo accorto, poliziotto di antica esperienza
ha sbagliato nella previsione ma forse ha delle giustificazioni. Tutto sommato
non poteva prevedere visto che a Seattle, nei giorni che hanno dato il nome
al movimento, i contestatori erano appena in 30 mila, e l'anno precedente
nella stessa Genova alla fiera delle biotecnologie solo 10 mila. Vero che
in marzo a Napoli contro il Global forum si presentarono in 30 mila e c'erano
stati Praga, Quebec City, Goteborg ma nulla lasciava prevedere il boom anti-G8.
Sono esplosi in maniera così inattesa che ancora oggi non hanno un nome. Popolo
di Seattle è datato: troppe cose sono successe dopo la battaglia nella città
della Microsoft; No global, come normalmente vengono chiamati è sbagliato
visto che ripetono fino allo sfinimento di non essere contro la globalizzazione.
No Global, in origine significava No Global Forum ed è stata una delle prime
proteste che ha visto il movimento italiano in azione. Popolo di Genova potrebbe
racchiudere tutto, compresi i 250 mila che hanno sfilato per la pace ad Assisi
o i 200 mila del 10 novembre a Roma contro i bombardamenti in Afghanistan
anche se la sigla che li racchiude è quella del Social forum italiano erede
del disciolto Genoa Social Forum.
Non hanno un nome e nemmeno è possibili riunirli sotto un comun denominatore
dal punto di vista delle problematiche di cui si occupano né del modo che
hanno di portare le loro proteste nelle piazze.
Il movimento, nella sua parte italiana, racchiude sostanzialmente due anime
spesso in polemica feroce fra di loro: una cattolica, pacifista che raccoglie
le cooperative e le associazioni che agiscono nel sociale, nelle parrocchie
con la Rete Lilliput e le Acli, la laica Arci con i suo milione di aderenti
e la Legambiente oltre a decine di altre. Una rete di associazioni solidaristiche,
contraddistinte da una fortissima motivazione morale , cui va aggiunta Attac
l'organizzazione nata in Francia per promuovere la Tobin Tax. Erano quelli,
per capire, visti con le mani dipinte di bianco alzate verso la polizia che
li caricava intorno alle zona rossa al vertice genovese.
Poi il Laboratorio dei Disobbedienti come si sono definiti. Una vasta area
che mette insieme i centri sociali e altre strutture della sinistra antagonista
comprese le ex Tute Bianche di Luca Casarini (si sono sciolte proprio durante
i giorni del G8) o i campani della Rete No Global Forum e i giovani di Rifondazione
comunista. Impegnati sui temi dell'immigrazione e più generalmente sociali
(dal lavoro, alla casa) questo spezzone di movimento non esclude a priori
lo scontro con le forze dell'ordine e teorizza la pratica della "disobbedienza
civile". In sostanza i "disobbedienti" si bardano di scudi
e imbottiture di gommapiuma e cercano di superare i divieti e le zone rosse
erette a difendere i vertici che loro vogliono impedire. Pratica non violenta,
dicono loro schermandosi dietro la scusa che non hanno intenzioni offensive.
Pratica che in realtà dà il via alla reazione della polizia che, se contenuta
porta a "simulazioni" di scontri, se eccessiva porta a scontri violenti
fino a tragedie tipo quella di piazza Alimonda dove morì Carlo Giuliani.
A completare la rassegna ci sono le sigle sindacali dai Cobas di Piero Bernocchi
e il suo Network per i diritti globali alla Fiom, i metalmeccanici della Cgil
oltre ai partiti: Rifondazione comunista e Verdi.
In Italia, per quanto si è visto finora, non esiste un vero e poprio Black
Blok. Qualche centro sociale non dialogante, anarchici, cani sciolti ma che,
a parte Genova dove le tute nere (in gran parte stranieri) devastarono la
città arrivando anche a dare fuoco al portone del carcere di Marassi, non
hanno mai creato problemi.
Un movimento così variegato ha anche obbiettivi altrettanto variegati anche
se, come scrive Gilles Luneau su "Le monde diplomatique" tutti "concordano
sui punti essenziali: sbarrare la strada alla deregulation liberista, alla
speculazione finanziaria, agli attacchi ai diritti umani e all'ambiente".Tutte
rivendicazioni non in contrapposizione fra loro ma, in qualche modo, sinergiche.
Tutti sono contro la guerra e, dopo l'11 settembre, hanno dato vita al più
importante movimento pacifista visto in azione nei Paesi in guerra. Nemici
storici sono il Wto e le teorie liberoscambiste "imposte" ai paesi
più poveri, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionali ritenuti
il "braccio armato" di quella politica di arricchimento delle zone
già ricche della terra.
Una parte importante del movimento spinge per la cancellazione dei debiti
dei Paesi poveri mentre altri nemici sono le multinazionali e lo sfruttamento
imposto ai lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Le case farmaceutiche
sono attaccate perché non concedono libertà di brevetto negli Stati africani
massacrati dall'Aids.
Una parte del movimento, a partire da Greenpeace, fortemente ecologista, lavora
per la riduzione dell'effetto serra e a difesa della natura e delle foreste.
C'è, inoltre, chi come Attac vuole imporre ai Paesi ricchi la cosiddetta Tobin
Tax, una tassa sulle transazioni finanziarie per ridurre gli squilibri fra
Nord e Sud del mondo. Altri, come le associazioni del commercio equo e solidale,
difendono le culture indigene e promuovono le agricolture e i prodotti dei
Paesi più deboli contrapponendole ad uno dei simboli dell'odiata globalizzazione:
McDonald.
Impossibile dunque, indicare un unico nemico o un unico obiettivo. Francois
Houtart, sociologo francese segretario del Forum delle alternative dice: "Quello
contro cui si battono i 'ragazzi' è il mondo del capitale sfrenato dove l'idea
è quella di massimizzare il profitto nel più breve tempo possibile".
Obiettivo ad ampio spettro. Sarà per questo che lo slogan che li accomuna
tutti, pacifisti, cattolici, antagonisti è tanto vago quanto omnicomprensivo:
"Un altro mondo è possibile".