Tradotto poco alla volta e forse non con la cura che avrebbe
meritato;
ma leggete e fate girare, è bene queste cose si
sappiano.
Benetton è ormai uno dei nuovi padroni del nostro Paese e
questa nuova
"perla" della Patagonia (dove peraltro, da anni, sfrutta le
tenute da sempre
proprietà degli indigeni Mapuche) non fa che metterne in
risalto una
"condotta esemplare", peraltro già evidenziata dalla famosa
quanto ormai
datata inchiesta di Riccardo Orizio del Corriere della Sera
(lavoro minorile
nelle fabbriche tessili in Turchia) e, per restare a casa
nostra, dai
fattacci di Bronte, vicino Catania (produzione jeans per Benetton
ma con
paghe da
fame).
E chi ne sa più di me, potrebbe
raccontarvene altre di "storiacce" che hanno
visto coinvolta l'impresa di
Mogliano Veneto.
Grazie e
saluti.
Vincenzo
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Original Message -----
From: "PRC Cooperazione Internazionale"
<coopint.prc@rifondazione.it>
Sent: Thursday, November 20, 2003 2:51
PM
Subject: I: Benetton vuole più Patagonia e lo sgombero
degli
abitanti!!!!!!!!!!!!!!
Compagne/i
mi he arrivato da
Inymedia argentina questo interesante documento su
Benetton
Benetton
in Patagonia: pericolo di nuovi e massicci sgomberi
di Sebastian
Hacher
Tuesday November 18, 2003 at 04:36 PM
sebastian@riseup.net
Una
nuova minaccia di sgombero: lo stato e Benetton chiedono un ettaro
in
più
Nella Patagonia argentina, Benetton e lo stato provinciale di
Chubut
preparano un nuovo sgombero; questa volta si tratta di 8 famiglie
composte
da donne, bimbi ed anziani. L'obiettivo quello di aggiungere un
ulteriore
ettaro ai 900.000 già di possesso del gruppo italiano in Patagonia,
al fine
di stabilire in quel luogo un villaggio turistico lungo il tragitto
della
linea ferroviaria.
Tanto lo Stato quanto l'impresa considerano
imprescindibile per la
realizzazione del progetto scacciare dal proprio
territorio più di 50
persone povere nonché smantellare la Scuola Nr. 90, che
dà istruzione ed
alimentazione a 18 di quegli stessi bimbi, alcuni con seri
problemi di
denutrizione.
Con incerte promesse di futuri alloggi in
altre località e senza neanche
pensare ad integrare le famiglie nel progetto
di sviluppo, hanno il solo
obiettivo di espellere quanto prima la gente per
"recuperare" il controllo
totale dell'area.
Di seguito, la storia di
un nuovo sgombero che ancora si potrebbe evitare.
-Il treno della
Patagonia.
La Trochita, uno delle più famose linee ferroviarie della
Patagonia, fu
terminata nel 1945 e fu per decenni la principale via di
comunicazione
(trasporto di animali e merci) utilizzata dalla Argentine
Southern Land
Company, conglomerato inglese dono dello Stato argentino dopo
il genocidio
conociuto sotto il nome "La Campagna del Deserto".
La
maggior parte del tracciato ferroviario nonché le stazioni percorrevano
le
proprietà inglesi e centinaia di piccoli paesi, con "fino a sei
treni
completi ogni giorno. L'impresa caricava la lana fino alla tenuta,
i
cavalli, le mucche, un vagone dopo l'altro lungo tutto il trenino",
secondo
quanto narrato da Roberto Yañez, un ferroviere in pensione che vide
nascere
e morire quel treno.
Con l'arrivo dell'asfalto e dei camion
nella decada del '70 il trasporto
ferroviario iniziò il suo lento declino in
Argentina. Negli anni '90,
durante l'era di Memen, la politica delle
privatizzazioni toccò anche il
trasporto pubblico e La Tronchita, orgoglio
degli anni che furono, cadde
inevitabilmente in disgrazia. Ramo che si ferma,
ramo che chiude, soleva
dire Menem, frantumando la resistenza dei ferrovieri
contrari alla
privatizzazione e lasciandone migliaia senza
lavoro.
Quella stessa politica menemista di apertura economica permise al
gruppo
Benetton di acquistare a prezzo ridotto la Argentine Southern Land
Company
(d'ora innanzi "La Compañía"), divenendo proprietaria del 9% delle
migliori
terre della regione patagonica.
Oggi, 10 anni dopo, il nuovo
progetto turistico auspicato dal governo della
provincia di Chubut consiste
nel riscoprire il treno della Patagonia creando
un passaggio guidato
nella regione e, per quanto i funzionari provinciali
coinvolti si affrettino
a negare ogni tipo di relazione con l'impresa
italiana, una delle principali
attrazioni del tragitto sarà proprio la
visita alle proprietà della Benetton.
La propaganda ufficiale del treno lo
presenta infatti come "Un viaggio
originale alla scoperta delle origini,
dalla Stazione Cabecera El Maitén fino
a Leleque, laddove sarà possibile
visitare il Museo Leleleque e degustare un
ottimo arrosto patagonico nella
tenuta dell'impresa Benetton".
Lo
stesso Museo è peraltro di proprietà dei Benetton e nel servizio offerto
sul
treno e battezzato "SCHE" (servizio chartes speciale), il passeggero
avrà
tutto come in un pacchetto: biglietto, entrata al museo e pranzo
campagnolo
nella tenuta dell'italiano, che se ancora ce ne fosse bisogno
dimostra la
perfetta integrazione tra stato e impresari.
Peccato che per condurre in
porto il progetto ci sia una qualche piccola
difficoltà, un "tramite" come lo
definisce Miguel Mateo, il coordinatore
generale della linea; quasi 50
bambini che vivono con le proprie madri nelle
stazioni di Leleque e la scuola
nella quale fanno lezione e parodia della
sorte gli stessi figli dei
braccianti di Benetton.
- La stazione
In tutte le stazioni
della Tronchita, oltre alla banchina e al serbatoio di
acqua ci sono case
costruite con gli stessi dormienti accidentati delle
strade (???), laddove
anteriormente vivevano gli impiegati della ferrovia
con le proprie famiglie.
Dopo la chiusura della linea, ivi rimasero soltanto
alcuni impiegati, la
maggior parte pensionati con poche risorse, lavoratori
rurali che non avevano
di dove vivere e lì si installarono con
l'autorizzazione delle stesse
autorità ferroviarie. In molti casi, il
trasloco aveva luogo per poter
permettere ai figli di andare a scuola
evitando loro ogni giorno lunghi
tratti a piedi o a cavallo.
Durante la seconda metà del ventesimo secolo,
la stazione di Leleque sperava
addirittura di trasformarsi in paese, con
tanto di ufficio postale, stazione
di polizia e strade proprie. Don Yañez, 74
anni dei quali più di 40 vissuti
lì, racconta ancora oggi che "Era così bello
qui, senza problemi, non
c'erano furti. I Serquìs avevano un boliche (?????)
dove oggi sorge il
museo, che si riempiva di gente quando era il periodo
della tosatura. Una
meraviglia, era dipinto nei quadri, c'era traffico nella
stradina lì davanti
e per questo venne costruita la piccola scuola proprio
là. Uno si sentiva
come padrone di tutto, andava nei campi, cacciava una
biscia, cercava uova
di struzzo. Una volta dissero persino che avrebbero
costruiro un borgo,
selezionammo persino il terreno ma poi, alla fine, non se
ne fece più
nulla".
Con la chiusura della linea e l'arrivo dei nuovi
proprietari tutto cambiò e
tutti gli anziani sono d'accordo nel dire "in
peggio". Laura, impiegata
della Compañía da ben 40 anni, conoscitrice come
pochi altri delle origini e
delle trasfornazioni dell'area, ci spiega come
"Benetton come prima cosa
cacciò via molta gente. Se prima si contavano 250
persone al lavoro, oggi se
ne possono trovare sì e no 100 nella zona che
depende da Leleque".
Ma non è tutto, Benetton si è anche approprito di
nuove terre; Laura spiega
che "il cammino al fiume Chubut, passaggio
obbligato, non dovrebbe essere
chiuso al transito. Ci sono invece tre
passaggi chiusi a chiave e per
passare serve un permesso; che non è invece
più sufficiente per pescare. Lì
vivono delle famiglie che però non posso
uscire da quella parte, sono
costrette a fare 90 chilometri in
più.
Anche la vecchia stazione di Leleque ha subito alcune
drastiche
trasformazioni. Don Yañez lamenta che "Siamo chiusi a chiave nelle
nostre
terre e da sopra non possiamo più uscire"; e questo perché da anni
le
vecchie strade della comunità sono state incorporate alle tenute
di
Benetton. Così Leleque è rimasta una sorta di isola di pochi ettari
nel
mezzo di un mare di reticolato, e non si può nemmeno passare per le
vecchie
e abituali strade.
Le discussioni con gli abitanti del
villaggio sono frequenti. Don Yañez ne
ha sentiti alcuni, lungo quelle stesse
vecchie strade di un tempo: "una
volta mi fermò l'amministratore per
riprendermi, mi chiedeva per quale
motivo passassi proprio di là. Io risposi
che - "signore, io non percorro
nessuna proprietà privata, che sono quaranta
anni che passo ogni giorno per
di qui". Non si andò oltre le parole ma io mi
ero comunque preparato al
peggio, non avevo con me nulla con cui difendermi
ed egli, sì, aveva dietro
la propria guardia del corpo".
Tre anni fa,
le persecuzione da parte degli amministratori della Tenuta; a
capo di questi,
un tale che veniva chiamato Ronald Mac Donnals. L'idea
dell'impresa era
quella di far sloggiare le abitazioni, sgombrare la
stazione e trasferirne
alcune parti nella parte posteriore del museo; tutto
come pensato per il
nuovo progetto. E se non si è andati avanti è stato
soltanto grazie ad un
ricorso che riuscì a far definire la stazione come
patrimonio provinciale. Ma
il progetto non venne affatto messo da parte e la
minaccia dello sgombero
iniziò da allora a cambiare la vita degli abitanti
del posto.
Lo
stato, tanto epr non sbagliare, prese subito a carico il lavoro sporco,
cioé
sgomberare la gente dalle proprie case.
- Gli sgomberi di
sempre
Un veloce appello delle famiglie sotto minaccia di sgombero è
sufficiente
per capire molte cose: Nahuelquir, Curiñanco, Antieco, Quilaqueo;
tutti
nominativi originari del popolo Mapuche, contadini ai quali venivano
tolte
terre di proprietà e che venivano obbligati a lavorare con
paghe
irrilevanti, mentre i loro usurpatori si arricchivano ogni giorno di
più.
La situazione sociale
La situazione sociale nell'area è
critica. Nelle case manca l'acqua potabile
e per ottenerla c'è da superare un
reticolato di proprietà Benetton e andare
con secchi o bidoni fino ad un
ruscello che, in inverno, si trasforma in un
fiume di fango. Non c'è gas, e
tanto la casa quanto la raccolta di uova di
struzzo sono ridotte al minimo
dai capricci dell'impresa. Manca persino un
ambulatorio, secondo la gente del
posto conseguenza del rifiuto dei
proprietari della tenuta. Sono in più d'uno
a dire che "lo stesso agente
sanitario ha detto di averne parlato con
MacDonnals, che ha risposto di no".
Il medico, dunque, viene soltanto una
volta al mese, peraltro quando "sono
ormai tutti guariti. Il mese scorso
avevamo i bambini con la tosse e quando
si fece vedere, erano già tutti
guariti".
Nonostante l'indifferenza, o forse come parte di questa, tutte
le donne
hanno ricevuto gratuitamente ed è loro stato chiesto di applicare il
DIU, il
Dispositivo Intrauterino che impedisce loro di rimanere in
cinta.
Silvana Vazquez è la direttrice nonché una delle due maestre della
scuola
nr. 90 di Leleque. Gli alunni, raggruppati in due piccole aule,
ricevono
quotidianamente un pasto caldo e le lezioni fino al raggiungimento
del nono
anno di EGB. La Vazquez parla con sofferenza delle peripezie tanto
dei bimbi
quanto del personale della scuola. "Da due o tre anni non siamo in
grado di
portare a termine i nostri progetti. Vorremmo un orto biologico,
piantare
alberi, ma viviamo sempre sul chi vive, con la paura che questa
scuola venga
chiusa. Una situazione stressante nonostante il posto così
tranquillo, è
difficile lavorare quando non sai bene cosa ti succederà l'anno
successivo,
se potrai ancora lavorare".
"Hanno iniziato a farsi vedere
- continua la Vazquez - a esercitare
pressioni direttamente sulle famiglie,
sulle madri che vivono nelle case coi
propri figli, sono andati casa per
casa, ma mai qui a scuola. Ad ogni
famiglia una notizia diversa, mai nulla di
chiaro, anche se sembra ormai
chiaro che ad esercitare questa pressione era
il personale della ferrovia".
Una delle principali promesse fatte dallo
Stato alla gente era che avrebbero
concesso loro case e terreni a Esquel o a
El Maitén, a basso costo o con i
prestiti dello Stato. A Patrizia, con sei
figli, le dissero che "ci
avrebbero dato una casa a basso costo in Esquel, si
trattava solo di
aspettare che ottenessero il terreno e si facessero carico
dei materiali". A
norma ed ai suoi nove figli, raccontarono altro. Le
chiesero "se avessimo
qualche altro posto dove andare e che comunque avremmo
dovuto cercare,
perché avevano bisogno di quelle case per quanti sarebbero
venuti a lavorare
sul progetto turismo".
A Doña Candelaria, pensionata
delle ferrovie di 87 anni, promisero dapprima
una casa ad Esquel, che rifiutò
perché per lei andare a vivere in un paese
era come "essere messa in
prigione"; dunque le dissero che avrebbero fatto
il possibile perché potesse
rimanere dove era. Ma al suo vicino, Don Yañez,
dissero esplicitamente che
"sarebbe stato difficile quella vecchietta sua
vicina avrebbe potuto restare
dov'era".
E così via, con tutte le famiglie la stessa musica.
Le
diverse promesse non verreno mai mantenute ma sì, la minaccia del
trasloco
diventava ogni giorno più concreta. "Vogliamo sia tutto libero
entro
l'estate", spiega senza farsi troppi problemi il funzionario delle
ferrovie,
quasi si trattasse di un semplice spostamento di merci.
Per aumentare la
pressione, a fine agosto una circolare delle ferrovie
regolamentava una
vecchia e mai sopita aspirazione dell'impresa e cioé il
divieto ad avere
animali, dal bestiame fino ai cani ed alle galline, una
delle poche forme di
sussistenza a disposizione della gente del luogo.
Le pressioni
proseguirono ed in maniera differente, come cambiare i bambini
internamente
alla scuola, arrivando addirittura a proporre venissero
considerati come
internati nella loro stessa zona. Patricia racconta che
"Quando venne don
Matteo mi chiese se avessi richiesto il passi per i bimbi.
Voleva portarsi
via i documenti dei bambini e far lasciare loro la scuola ma
io no, non
glieli ho dati!". Lo stesso funzionario che preparò le richieste
dei terreni
a nome della famiglia di Patricia ma anche della sua stessa, per
Maiten ed
Escuel, al fine di accelerare le pratiche burocratiche. Quando
gli
chiedemmo della situazione di Patricia e dei suoi figli, Miguel
Mateo tentò
di giustificare il suo operato affermando che "io ho soltanto
fatto un
piacere a quella donna redigendo la richiesta, perché voleva il
terreno ma
non aveva inoltrato nessun documento per averlo. Le avevo detto
di
leggerselo e gliene lasciai una copia". Ma Patricia racconta di altro.
Ci
spiega infatti come il funzionario "ci chiese di firmare dei progetti ma
no,
io non ho accettato perché non so leggere".
- Il vecchio
compito di resistere
Di lì a poco e sotto la minaccia di sgombero ogni
volta più concreta, la
comunità iniziò ad organizzarsi. Patricia ci racconta
come quando arrivasse
il delegato della ferrovia "passando da una casa
all'altra senza che noi
sapessimo cosa dicesse all'uno e poi all'altro, prima
non ci si riuniva ma
ora sì, ora che siamo uniti e parliamo tra di
noi".
Uno delle situazioni portate ad esempio era quello della stazione
di
Nahuelpan lungo lo stesso tracciato ferroviario, dove transitano
all'incirca
12.000 turisti l'anno. A differenza della stazione di Leleque,
però, quella
di Nahuelpan si trova all'interno di una comunità Mapuche e le
case della
stazione, dove vivono diversi abitanti dell'area, vennero
sistemate dalla
municipalità.
Lì non c'è traccia di Benetton, i poveri
sembra non diano fastidio anzi
diversi di loro vendono torte fritte,
organizzano gita e cavallo ed offrono
artigianato Mapuche ai visitatori.
Prane, uno dei Tehuelche che vive a
Nahuelpan, ci racconta come ogni volta
che passa il treno guadagna tra i 40
e gli 80 pesos, la maggior parte delle
volte la domanda di pane e torte da
lui preparati supera
l'offerta.
Perché. dunque, se a Nahuelpan ci si può rimanere e vivere
degnamente
altrove, cioé a Leleque, gli abitandi della stazione debbono
andarsene? Per
quanto ovvia, la risposta diventa invece un enigma per i
funzionari del
treno. Un enigma che non si vuole risolvere, talmente facile
ne è la
soluzione. Secondo Miguel Mateo, "se il treno riprende ad andare come
prima,
a maggior ragione dovremo recuperare le case per i ferrovieri" e si
lamenta
della malasorte lamentando che "meglio avrei fatto a non informare
quella
gente di quanto li aspettava, visto che si tratta di gente povera e
senza
risorse".
Ma Patricia la vede un po' diversamente. Intanto le
spiace "che a noi ci
considerino nulla. Forse ci pensano quale gente senza
capacità". E invece
tutte loro, dalla più giovane fino a Doña Candelaria,
sono esperte - come
qualsiasi donna Mapuche - nel filare e tessere a mano o
col telaio, oltre ad
essere cuoche eccellenti e capaci di creare e gestire
iniziative ed attività
che possano risultare d'attrattiva per i futuri
turisti.
Anche i ragazzi di Leleque hanno parecchio da raccontare. La
maestra ha
raccontato loro che "alla scuola è pervenuto un progetto del
Ministero
dell'Istruzione. Abbiamo fatto un lavoro con tutti gli alunni del
terzo
ciclo, questi hanno scritto lettere a tutti i giornali del Paese.
Scrivono
della difficile situazione che stanno vivendo, che loro desiderano
rimanere
dove sono, che non vogliono venga chiusa la scuola".
Gli
stessi impiegati di Benetton sono scontenti di questa situazione. Laura
ci
conferma che "non è soltanto la ferrovia che vuole allontanare la gente,
le
spinte arrivano da altre parti, perché non vogliono ci sia gente
estranea
all'impresa nel progetto. E così si vive male, è già successo
altrove".
- Il vecchio mestiere dello sgombero
I tramonti a
Leleque, tra i colli e l'orizzonte reticolato da Benetton è uno
spettacolo
imponente. Il vento fa volare dagli alberi della lanugine che
sembrano
piccoli fiocchi di cotone e mentre tutto si va tingendo color
dell'oro, si
sentono le risa dei ragazzi che giocano a pallone nelle
vicinanze della
stazione.
Uno spettacolo patagonico, apparentemente inospitale ma con una
bellezza che
soltanto la natura può offrire.
Ed è una vita talmente
tranquilla che l'arrivo di una visita o qualsiasi
accadimento fuori dal
comune si trasforma in notizia lungo tutta una
settimana e smatassa un lungo
rosario di aneddoti e di vita che,
condividendo un mate amaro, ci regalano
gli abitanti del luogo.
Solo nella notte il silenzio si interrompe grazie
allo screpitare della
legna nelle stufe, mentre da lontano arriva il latrato
di alcuni cani che
difendono il gregge dall'assalto di qualcuno in cerca di
alimenti.
Il fatto stesso di non smantellare questo posto, di non
cancellare il
sorriso di un pugno di bambini, ci impongono di lottare
affinché Benetton
non si impossessi anche solo di un centimetro in più, senza
averne alcun
diritto.
Ma non si tratta soltanto di questo bensì di una
serie di persecuzioni e
sgomberi e ingiustizie che si susseguono d più di
cento anni, che l'arrivo
dei nuovi padroni della Patagonia altro non ha fatto
che riproporre.
L'acquisizione di un'intera regione, lo sgombero dei
Curiñanco ormai un anno
fa e della stazione Mayoco ancora prima; la chiusura
e la deviazione di
fiumi e sentieri comunitari, il recintare terre da sempre
appartenenti agli
indigeni altro non sono che antecedenti a questo nuovo
sgombero, forse il
più imponente e voluto dallo Stato degli ultimi
anni.
Permetteremo loro di venirne fuori con un pezzo in più del nostro
Paese?
Buenos Aires, 18 de Noviembre del 2003
Textos y fotos:
Sebastian Hacher
Investigación periodística: Hernan Scandizzo, Sebastian
Hacher
Publicaciones anteriores sobre Benetton y los desalojos:
http://argentina.indymedia.org/news/2003/10/138518.php
http://argentina.indymedia.org/news/2003/09/136320.php
LA NUOVA CAMPAGNA DI BENETTON, ECCO PERCHE’ NON CI PIACE – Clean Clothes Campaign
La nuova campagna promozionale con la quale Benetton associa il suo nome al Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite e’ appena partita e gia’ incombe sulle nostra strade e infarcisce i nostri giornali. Guardiamo quella pubblicita’ e come sempre scuotiamo la testa. Benetton non ci convince. Non ci convince sui temi della pace, della lotta alla fame, delle donne, delle minoranze etniche. Ecco perche’:
- Sulla pace (“Nel golfo per l’esercito inglese: la nave di Benetton”, La Repubblica, 27.2.2003)
- Sulla fame (“Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-2001”,
Labour Behind the Label)
- Sulle donne (“Le donne afghane non vestono Benetton”, lettera aperta alla stampa del Coordinamento Italiano a sostegno di Rawa)
- Sulle minoranze etniche (“Benetton: la multinazionale della menzogna, i colori uniti della simulazione”, comunicato della Comunita’Mapuche-Tehuelce “11 de Octubre”, 28.2.2003
NEL GOLFO PER L’ESERCITO INGLESE: LA NAVE DI BENETTON
“Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il
caso "Strada Gigante": una nave italiana che sta trasportando
verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate
britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti
italiani - è che
la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine
storicamente pacifista. "Stradablu", la compagnia armatrice che
possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro "21 Investimenti"
una partecipazione in "Stradablu" minoritaria e "finanziaria",
senza
coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che
la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della "21 Investimenti"
con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi.»
(La Repubblica, giovedì 27 febbraio 2003, p. 9)
PER COMBATTERE LA FAME BASTA PAGARE UN GIUSTO SALARIO
La multinazionale veneta sarebbe di maggior aiuto alla causa della lotta contro la fame nel mondo se decidesse finalmente di corrispondere a chi lavora per lei in ogni parte del mondo salari in linea con il costo della vita. Dall’indagine “Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-2001” (scaricabile dal sito www.cleanclothes.org), condotta dall’organizzazione inglese Labour Behind the Label, aderente alla rete della Clean Clothes Campaign, Benetton risulta essere una delle aziende meno attente al problema dei livelli retributivi nei paesi di delocalizzazione. Riferirsi costantemente ai minimi salariali locali, come fa Benetton, significa mantenere consapevolmente intere comunita’ al di sotto della soglia di poverta’.
Il Coordinamento Lombardo Nord/Sud del Mondo ha scritto alle grandi associazioni
pacifiste italiane invitandole a non accettare eventuali traini promozionali
da parte della Benetton in campagne di solidarieta’ con la popolazione
irachena, come invece avvenne durante la guerra del Kosovo (ricordate la
campagna ‘Benetton per il Kosovo’ lanciata dalla multinazionale proprio
mentre negava la presenza di bambini, profughi kurdi, nelle sue fabbriche
turche?) (per informazioni: Ersilia Monti)
LE DONNE AFGHANE NON VESTONO BENETTON
Lettera aperta alla stampa
Abbiamo visto sulle vostre pagine le splendide foto di bambine e ragazze
afghane, ritratte dalla Benetton a pubblicizzare il nuovo corso della politica
afghana rispetto alle donne. Le immagini hanno un forte impatto emotivo,
l¹accostamento burqua-volto scoperto e/o le didascalie non lasciano dubbi:
oggi le ragazze sarebbero libere di trovare un lavoro, di andare a scuola,
di rientrare dall¹esilio.
Noi e voi sappiamo che non è così.
Certamente conoscete quanto noi gli ultimi rapporti di Human Rights Watch,
che potete consultare comodamente sul loro sito www.hrw.org <http://www.hrw.org> , o persino tradotti in parte in italiano sui nostri siti (www.wforw.it ; www.ecn.org/reds/donne/donne.html), visto che la
stampa si guarda bene dal pubblicarli. Potete rivolgervi ad Amnesty International,
o anche ai vostri stessi corrispondenti che sono certamente ben informati.
Perché allora ospitare sulle vostre pagine una campagna pubblicitaria che
nega e nasconde quello che è oggi più che mai necessario denunciare con
forza?
La "liberazione" delle donne è stato uno dei principali falsi
obiettivi dei bombardamenti americani in Afghanistan. Le donne afghane,
attraverso le loro organizzazioni quali tra le altre Rawa ed Hawca, si
sono opposte strenuamente a questo massacro e sono state ignorate. Hanno
denunciato senza ambiguità che i nuovi padroni dell¹Afghanistan, i signori
della guerra insediati dal governo americano e mai liberamente eletti dalla
popolazione, sono dei criminali. Essi hanno provocato centinaia di migliaia
di morti negli ultimi trenta anni, hanno devastato, torturato e calpestato
i diritti
e la dignità umana delle donne quando erano al governo prima dei talebani.
Contro di loro Rawa chiede da anni un processo internazionale per crimini
contro l¹umanità e l¹accurata documentazione per realizzarlo è già pronta
e disponibile da anni. Peccato che non si trovi ne¹ un giornale ne¹una
forza politica, neppure qui in Italia, disposto a sporcarsi le mani con
questa storia poco edificante.
In tutte le province dell¹Afghanistan le scuole riaperte a beneficio dei
riflettori occidentali vengono assalite da bande di fondamentalisti e non
sono poche quelle che sono state costrette a chiudere di nuovo.
Dobbiamo ricordarvelo noi che la sharia è in vigore ovunque, le carceri
sono piene di donne che fuggono alla violenza domestica, i suicidi per
sfuggire ai matrimoni forzati non diminuiscono, in molte regioni è nuovamente
proibito alle donne circolare senza un parente stretto maschio? Le donne
vengono arrestate e sottoposte a visite ginecologiche forzate, non riescono
a raggiungere scuole, posti di lavoro, università a causa delle restrizioni
rigidissime sulla libertà di movimento. Forse non è evidente a chi gira
solo per Kabul, ma chi mette un piede fuori dalla capitale entra in un
territorio fuori da ogni controllo.
Sta per arrivare l¹8 marzo e qui in Italia ci saranno compagne a sostegno
di Rawa. Per favore, evitate di pubblicare, magari accanto a un articolo
corretto e ben informato come certo siete in grado di fare, qualche bella
foto pubblicitaria capace di spazzare via, con un¹occhiata, fiumi di
inchiostro.
COORDINAMENTO ITALIANO A SOSTEGNO DI RAWA
www.ecn.org/reds/donne/coordinamentoRAWA.html
<http://www.ecn.org/reds/donne/coordinamentoRAWA.html>
I NUOVI VOLTI DELLA COLONIZZAZIONE
Nel 1991 la Benetton acquisto’ in Argentina, a prezzi stracciati, 900 mila ettari di terreno in Patagonia dove alleva greggi di pecore che la riforniscono di migliaia di tonnellate di lana. Quei luoghi pero’ non erano disabitati, ci vivono infatti da sempre le comunita’ Mapuche, ora confinate in una striscia di terra sovraffollata chiamata Reserva de la Compania. Ogni tanto qualche famiglia mapuche sconfina per occupare un misero fazzoletto di quella che solo fino a ieri era la sua terra. Il risultato immediato e’ lo sgombero violento, come ha potuto sperimentare lo scorso ottobre la famiglia Nahuelquir-Curinanco, a cui la polizia, mandata dai Benetton, ha sequestrato i beni e ha demolito l’abitazione. Quello che segue e’ l’ultimo comunicato della Comunità Mapuche-Tehuelche “11 de Octubre”.
Esquel, Puelmapu, 28 febbraio 2003
BENETTON: LA MULTINAZIONALE DELLA MENZOGNA, I COLORI UNITI DELLA SIMULAZIONE
La menzogna non è un marchio registrato di Benetton, ne è la sua essenza. Poche settimane fa la multinazionale italiana ed il PAM (programma alimentario mondiale dell’ONU) hanno lanciato la campagna Cibo per la Vita. Utilizzando fotografie scattate in Sierra Leone, Afghanistan, Cambogia e Guinea argomentano che cercheranno di coscientizzarci sulla fame nel mondo. I buoni samaritani tornano alla carica... tremino gli affamati!!!
Con l’accumulazione di quasi un milione di ettari in territorio mapuche la multinazionale perpetua un sistema sociale, economico e politico ingiusto, che condanna alla fame gran parte del nostro popolo. A loro bastano delle fotografie ad effetto per rifarsi la faccia... Loro che hanno fatto sgomberare la famiglia mapuche Curiñanco.
La strategia del gruppo veneto è quella di mentire; più grande è la menzogna, più essa risulta credibile e più aumenta il fatturato.
Lo scorso ottobre la responsabile del Servizio Sociale di Esquel, Miriam Grimaldi, ha realizzato uno studio socio-ambientale sulla famiglia Curiñanco. In esso si afferma: “La situazione economica della famiglia ha avuto un forte crollo per la perdita del lavoro della signora Rosa e la difficoltà economica in cui versa l’Argentina (...) Indipendentemente dai risvolti legali che vedono la famiglia contrapposta alla Compañía de Tierras Sud Argentina (così si fa chiamare Benetton in Patagonia), la restituzione della terra e tutto quanto è andato perduto durante lo sgombero rappresenterebbe la restituzione della dignità ad una famiglia originaria di queste terre, che solo chiede di poter contribuire al mantenimento dei suoi integranti.”
Benetton, attraverso il suo avvocato, ha presentato un ricorso alla Procura contro la signora Grimaldi in cui si afferma: “Non è possibile permettere che uno studio socio-ambientale si trasformi in un’esplicita rivendicazione di un atto illegale: l’appropriazione illecita dei diritti del mio cliente. Non è giustificabile l’occupazione perpetrata dai Curiñanco.”
La multinazionale, paladina nel mondo dei diritti umani, si appella alle “leggi” che perpetuano il latifondismo...
Benetton non vende solo maglioni, controlla autostrade e società di telefonia. Adesso arriva alla presunzione di dirci cosa è bene, cosa è male. Così arriva a sostenere come dobbiamo pensare, ruolo già ricoperto da Julio Argentino Roca, Jorge Rafael Videla, Augusto Pinochet, Adolf Hitler, Benito Mussolini...
E’ veramente lungo l’elenco delle considerazioni della multinazionale, solo vogliamo sottolinearne alcune che smascherano i paladini della lotta alla fame: “Atilio Curiñanco ha un lavoro fisso per il quale percepisce uno stipendio di circa 100 euro al mese, superiore a quello di altri nella zona (...) Vive in una casa confortevole, provvista di servizi che molti suoi compatrioti vorrebbero avere. Insomma una situazione rispettabile, non come quella della gran parte degli argentini che non ha alcuna fonte reddito e nemmeno una casa.”
E’ veramente indignante l’infamia sostenuta da Benetton. Nella città di Esquel una famiglia, per riuscire a coprire le necessità di base, ha bisogno di 220 dollari al mese sempre che abbia una casa propria. La famiglia Curiñanco può contare solo sullo stipendio di Atilio, circa 100 euro. E’ evidente che non si tratta di una situazione di privilegio. Ma capiamo la situazione di Benetton perché paga i suoi braccianti, che lavorano dall’alba al tramonto, dai 50 ai 70 euro al mese.
E’ rispettabile la posizione economica dei Curiñanco solo perché non stanno morendo di fame? Qual è la posizione economica di Benetton che possiede un milione di ettari? Quale responsabilità ha il gruppo italiano in questo panorama d’impoverimento generalizzato?
La multinazionale italiana chiede alla Procura: “ Non si riesce a capire il vincolo tra i popoli aborigeni e l’occupazione di territorio di cui si sono resi protagonisti i Curiñanco. Che non vengano con scusanti o striscioni in sostegno alle care e rispettabili culture aborigene, culture che il mio cliente ha promosso e preserva più delle stesse comunità. Che non si usi tutto ciò per giustificare un illecito e l’ignoranza della legge.”
Certo, Benetton dice di non capire quale relazione esista tra il popolo mapuche ed i Curiñanco. Se lo facesse, sarebbe costretto ad ammettere di essere un colonialista. Per la multinazionale italiana i nostri diritti come popolo originario sono solo una scusante, degli striscioni... Dice che preserva la nostra cultura. Starà pensando di clonarci? Quando parla di preservazione sicuramente allude ai privilegi conferiti dal possesso di un milione di ettari. Quando parla di “promuovere” sottintende gli sgomberi delle comunità mapuche vicine al suo latifondo.
Prima di venir fuori con parole irrispettose, Benetton deve spiegare da dove sono venuti fuori gli oggetti mapuche e tehuelche del suo museo. Deve anche spiegare perché nel depliant che diffonde per promuovere il museo sui mapuche ha inserito le parole del lonko Foyel pronunciate nel 1870: “Qui c’è posto per tutti.” Chi sono “tutti” per la multinazionale? Certo non il popolo mapuche.
“La resistenza dei popoli oppressi è il limite dei tiranni”
Per Giustizia, Territorio, Libertà.
Marici Weu!!! Marici Weu!!!
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Organizzazione di Comunità Mapuche-Tehuelche “11 de Octubre”
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