COCA COLA:
Multinazionale USA nata nel 1891. Ottavo
gruppo alimentare del mondo, ha filiali in più di trenta paesi.
Fattura circa 31 miliardi di Euro e - insieme a Cola Cola Enterprises - impiega
29500 persone.
COCA COLA Bevande Italia S.p.a.
Viale Monza 338
20128 Monza (MI)
* Nel 1999 a Manila ha licenziato in tronco 600 persone.
* In Belize contribuisce alla distruzione delle foreste tropicali.
* Collabora per la vendita di Nestea e Nescafè con Nestlè,
la quale non rispetta il codice OMS e UNICEF per il latte in polvere.
* Uno studio del Codacons ha dimostrato che alcuni prodotti "dietetici",
come le bevande Coca Cola Light, contengono aspartame. Questa
sostanza, se assunta in grandi quantità può causare danni al cervello,
particolarmente gravi nei bambini. Ancor più gravi gli effetti sui feti.
* In Guatemala non rispetta i diritti sindacali.
* In India fa uso di lavoro minorile.
* E' considerata una delle 10 peggiori imprese USA perchè ingozza i ragazzi
di zucchero e acqua piena di additivi chimici.
QUALCHE CIFRA...
Nei soli mesi del 2002 siamo già arrivati a :
65 SINDACALISTI ASSASSINATI; 73 SEQUESTRATI e DESAPARECIDOS; 39 ATTENTATI
Nel 2001 :
193 SINDACALISTI ASSASSINATI, ma si conoscono almeno 200 esecuzioni che però
non rientrano nelle cifre ufficiali
82 Tra SEQUESTRATI e DESAPARECIDOS, di cui 17 Assassinati - sui loro corpi tracce
di torture -, 24 sono stati liberati, gli altri 41 sono ancora sequestrati
30 ATTENTATI
SI STIMA CHE CIRCA 10.000 DIRIGENTI SINDACALI SONO STATI MINACCIATI DAI GRUPPI
PARAMILITARI (COME NEL 2000)
Nel 2000
112 - DIRIGENTI SINDACALI ASSASSINATI che rappresentano L' 80% DEI SINDACALISTI
COMPLESSIVAMENTE ASSASSINATI NEL MONDO
10.000 - MILITANTI SINDACALI MINACCIATI
LINK: http://www.tmcrew.org/killamulti/cocacola/index.html
DICEMBRE 2001:
Sindacato colombiano cita la Coca Cola in giudizio
per complicità in omicidio.
Come le multinazionali statunitensi terrorizzano e uccidono i sindacalisti con
l'aiuto dei dollari del Plan Colombia.
Articolo pubblicato originariamente da ZNet (http://www.zmag.org/weluser.htm)
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Omicidi alla Coca Cola di David Bacon
SAN FRANCISCO, California (24/11/01) -- Dopo che il leader del loro sindacato
è stato assassinato davanti al cancello dello stabilimento dove lavoravano,
Edgar Paez e i suoi colleghi dello stabilimento di imbottigliamento della Coca
Cola di Carepa, in Colombia, hanno cercato, per quattro anni, di portare davanti
alla giustizia i responsabili. Invece, alcuni degli stessi lavoratori sono finiti
dietro le sbarre mentre gli assassini restavano in libertà. Ritenendo
i tribunali colombiani incapaci di assicurare la giustizia, hanno deciso di
trascinare la Coca Cola di fronte ad un tribunale degli Stati Uniti, trovando
in loro aiuto un potente sindacato statunitense.
Quest'estate, il sindacato colombiano SINALTRAINAL insieme a United Steel Workers
of America e all'International Labor Rights Fund, hanno intentato causa in Florida
contro Coca Cola Inc., Panamerican Beverages (la maggiore azienda di imbottigliamento
di bibite dell'America Latina, con alle spalle 60 anni di collaborazione con
Coca Cola) e Bebidas y Alimentos (posseduta da Richard Kirby di Key Biscayne,
Florida, che gestisce lo stabilimento di Carepa).
Le tre compagnie sono accusate di complicità nell'assassinio di leader
sindacali colombiani. I sindacati sperano che questa nuova strategia fermi l'ondata
di assassinii di sindacalisti che dura da più di un decennio. I sindacalisti
colombiani stanno girando gli Stati Uniti per raccogliere supporto per la loro
causa ed eventuali future azioni similari. La causa intentata in Florida sostiene
che alle 8:30 del mattino del 5 dicembre 1996, una squadra paramilitare di estrema
destra appartenente alle Forze Unite di Autodifesa (AUC) si è presentata
al cancello dello stabilimento di imbottigliamento di Carepa. Isidro Segundo
Gil, uno dei dirigenti del sindacato andò a vedere cosa volessero e loro
aprirono il fuoco, uccidendolo. Un'ora più tardi, i paramilitari rapirono
da casa sua un altro leader sindacale che riuscì a fuggire e volò
a Bogotà. Quella sera, fecero irruzione nella sede del sindacato e la
bruciarono. Il giorno seguente, un gruppo armato fino ai denti entrò
nello stabilimento e radunò tutti i lavoratori. "Hanno detto che
se non si fossero licenziati entro le 4 del pomeriggio sarebbe successa loro
la stessa cosa accaduta a Gil - sarebbero stati uccisi", ricorda Paez.
Rafael Fernandez, portavoce della Coca Cola, asserisce che il codice di comportamento
dell'azienda prevede il rispetto dei diritti umani. Il portavoce della Coca
Cola in Colombia, Pedro Largacha, sostiene che "gli imbottigliatori colombiani
sono assolutamente indipendenti dalla Coca Cola Company". L'azienda imbottigliatrice,
Bebidas y Alimentos, sostiene di non aver avuto alcuna possibilità di
fermare i paramilitari. "Non sei tu ad usarli, sono loro che usano te",
sostiene Kirby, "nessuno dice ai paramilitari cosa fare". Ma nella
causa si accusa il direttore dello stabilimento, Ariosto Milan Mosquera, che
ha un passato di complicità con i
paramilitari, di aver dato loro ordine di distruggere i sindacato. Paez sostiene
che non solo i dirigenti dello stabilimento sono responsabili ma che la Coca
Cola stessa ne ha tratto beneficio. "All'epoca della morte di Gil, eravamo
impegnati in trattative con l'azienda", dice, "dopo di ciò
non hanno più negoziato con il sindacato. Ventisette lavoratori di dodici
dipartimenti lasciarono lo stabilimento e si trasferirono. Tutti i lavoratori
dovettero abbandonare il sindacato per salvare
le loro vite e il sindacato fu completamente distrutto. Per due mesi, i paramilitari
restarono accampati proprio fuori dal cancello dello stabilimento. La Coca Cola
non se ne lamentò mai con le autorità".
Le lettere di dimissioni e le richieste di risarcimento furono preparate dall'azienda.
I lavoratori esperti che lasciarono lo stabilimento, dove guadagnavano 380-400$
al mese, furono sostituiti da nuovi assunti a salario minimo: 130$ al mese.
Durante una successiva indagine da parte del Ministero della Giustizia colombiano,
il direttore dello stabilimento e il direttore della produzione furono detenuti,
insieme al capo paramilitare del luogo. Tutti e tre furono successivamente rilasciati
senza alcuna accusa. Gli omicidi non sono stati né i primi né
gli ultimi fra i dirigenti sindacali degli stabilimenti colombiani della Coca
Cola. Nel 1994 altri due attivisti sindacali, Jose David e Luis Granado, furono
anch'essi assassinati a Carepa e i paramilitari pretesero che i lavoratori abbandonassero
il sindacato. Nel 1989, Jose Avelino Chicano fu ucciso nello stabilimento di
Pasto. Quest'anno, un dirigente sindacale dello stabilimento di Bucaramanga,
Oscar Dario Soto Polo, è stato assassinato. Quando il sindacato denunciò
gli omicidi, il capo della sicurezza dello stabilimento, Jose Alejo Aponte,
accusò i dirigenti del sindacato di terrorismo. In cinque furono incarcerati
per sei mesi. Sui muri dello stabilimento di Barrancabermeja fu scarabocchiato
un graffito: "Fuori Galvis dalla Coca Cola, firmato AUC". Juan Carlos
Galvis è il presidente del sindacato dello stabilimento. "Uno dei
nostri maggiori problemi in Colombia consiste nella criminalizzazione in generale
della protesta sociale", accusa Paez. Secondo un altro sindacalista colombiano,
Samuel Morales della Confederazione Unificata dei Lavoratori (CUT), la maggiore
federazione sindacale del paese, "in molti modi le corporation transnazionali
governano virtualmente gli stati nei quali operano. Nel nostro paese, il denunciarle
con forza sta diventando un crimine. Ottengono manodopera economica indebolendo
i sindacati e sbarazzandosi dei lavoratori con maggiore anzianità".
Ad ottobre, 125 dirigenti sindacali colombiani sono stati assassinati
solo in quest'anno.
Gli omicidi dell'anno scorso, costarono la vita ad altri 129. Ogni 5 sindacalisti
uccisi al mondo, 3 sono colombiani.
I paramilitari vengono ritenuti responsabili per quasi tutti gli omicidi dei sindacalisti. Robin Kirk, che monitorizza gli abusi ai diritti umani in Colombia per Human Rights Watch, racconta che esistono forti legami fra le AUC e i militari colombiani. "I militari colombiani e l'apparato dell'intelligence sono stati virulentemente anti comunisti fino dagli anni '50", spiega, "e considerano i sindacalisti come sovversivi, come una minaccia potenziale e molto pericolosa".
"Credono che sia un crimine", aggiunge Morales, "presentare
qualsiasi alternativa, qualsiasi opzione di cambiamento sociale, anche solo
lottare per i diritti e le
necessità dei lavoratori. I paramilitari non agiscono da soli. In Colombia
vengono chiamati la 'sesta divisione' dell'esercito".
Nonostante l'ondata di morte e violenza, gli aiuti degli Stati Uniti alle
forze armate colombiane sono cresciuti rapidamente. Tramite il Plan Colombia,
gli Stati Uniti
hanno incanalato più di 1 miliardo di dollari nel paese, quasi interamente
in aiuti militari. Paez sostiene che la guerra alla droga finanziata dagli Stati
Uniti sia un pretesto per proteggere gli investitori transnazionali. "L'obiettivo
del Plan Colombia è l'eliminazione dei movimenti per il cambiamento sociale
nel nostro paese", dice. "Tutto ciò crea un ambiente molto
più favorevole per lo sfruttamento delle nostre risorse naturali e della
nostra manodopera".
Uno degli obiettivi della causa alla Coca Cola consiste nell'effettuare pressioni
sui governi colombiani e statunitensi affinché si attengano alle convenzioni
dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e degli Accordi di Ginevra
sui Diritti Umani. Ma i sindacalisti colombiani vorrebbero anche vedere i responsabili
degli assassinii portati davanti alla giustizia. "Vogliamo strappare la
maschera che nasconde il coinvolgimento delle corporation transnazionali nel
nostro conflitto
interno", spiega Paez, "per fare ciò, abbiamo bisogno di un
forum di giudizio fuori dal paese, poiché in Colombia i colpevoli di
questi crimini restano impuniti. In questo caso particolare, la Coca Cola è
uno dei responsabili. Ma non sono l'unica azienda che persegue politiche che
violano i diritti umani. Noi stiamo fornendo la nostra risposta globale alle
loro operazioni globali".
www.zmag.org/Italy/index.htm
DAL sito www.terrelibere.it
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The Coca Cola Crimes Coca Cola e paramilitarismo ovverossia come la transnazionale delle bollicine regola i conflitti sindacali in Colombia. Assassinii, sequestri e sparizioni eseguiti dagli squadroni della morte a danno dei lavoratori delle societá d’imbottigliamento della soft drink che ha conquistato il mondo. |
Antonio Mazzeo Medellin, agosto 2001
“La nostra organizzazione sindacale é
stata dimezzata dalla intimidazione, dal sequestro, dalla detenzione, dalla
tortura e dall’omicidio di numerosi leader da parte delle forze paramilitari
che hanno agito nell’interesse delle grandi imprese che operano in Colombia,
come la Coca Cola e la ‘Panamerican
Beverages-Panamco’”. Si apre cosí la denuncia presentata negli Stati Uniti dal
sindacato colombiano ‘Sinaltrainal’, contro il colosso mondiale delle soft
drinks e la loro maggiore societá imbottigliatrice in America Latina. “I
manager degli impianti di imbottigliamento della Coca Cola in Colombia hanno contrattato gruppi paramilitari per
reprimere l’attivitá dei leader sindacali. Non ci sono dubbi che la
transnazionale di Atlanta ha tratto vantaggio dalla repressione sistematica dei
diritti sindacali e che non ha protetto debitamente i lavoratori colombiani
dagli atti di persecuzione”, prosegue il testo della denuncia depositata lo
scorso 20 luglio dai legali della ‘Sinaltrainal’ e dalla centrale sindacale Usa
‘United Steelworkers of America’ presso la Corte Distrettuale della
Florida.
‘Sinaltrainal’,
struttura a cui aderiscono oltre 4.000 dipendenti dei maggiori complessi
industriali del settore alimentare, punta il dito oltre che sulla Coca Cola e la Panamco, anche su altre
importanti multinazionali, come la ‘Nestlé’ e la ‘Cicolac’. Nelle aziende di
proprietá di questi gruppi si é verificata nell’ultimo decennio
un’impressionante sequela di omicidi selettivi, sequestri e sparizioni di
sindacalisti e operai, eseguiti dagli squadroni della morte di estrema destra,
crimini rimasti del tutto impuniti grazie alle coperture e alla collaborazione
di ampi settori delle forze di sicurezza statali.
Undici i
dirigenti e gli attivisti assassinati (5 quelli dipendenti dalle societá
imbottigliatrici della Coca Cola), 6
quelli miracolosamente sopravvissuti ad attentati dinamitardi, 5 i leader
sindacali che a seguito delle gravi minacce subite dai paramilitari sono stati
costretti a dimettersi dalla ‘Panamco’ e a rifugiarsi all’estero.
Numerosi i
dipendenti colombiani della Coca Cola
vittima di persecuzioni da parte di organi giudiziari e di polizia dello Stato
colombiano, ingiustamente accusati di legami con il terrorismo o con le organizzazioni
della guerriglia; tra essi 12 leader
sindacali sono stati detenuti illegalmente per periodi piú o meno lunghi a
partire dal 1984. A seguito delle campagne di repressione eseguite dalle forze
armate nella regione settentrionale dell’Urabá (dipartimento di Antioquia), nel
1985, 17 operai dell’impianto di imbottigliamento della Coca Cola del municipio di Carepa, hanno dovuto abbandonare il
lavoro per sfollare insieme ai propri familiari verso altre cittadine della regione. Nel 1996, un gruppo paramilitare
ha fatto irruzione nello stesso impianto di Carepa, costringendo 70 operai a
rassegnare le porprie dimissioni dal sindacato. Successivamente due lavoratori
sono stati assassinati, altri due dipendenti sono stati vittime di attentati e
l’ufficio locale di ‘Sinaltrainal’ é stato devastato e incendiato durante un blitz
paramilitare.
A Bucaramanga
(capoluogo del dipartimento di Santander), sempre nel 1996, la sede della
cooperativa dei lavoratori della Coca
Cola ‘Cooincoproco’, é stata oggetto di due raid da parte dei corpi
speciali della polizia, alla ricerca – inutile – di armi ed esplosivi. Nel 1997
la ‘Cooincoproco’ e l’abitazione del leader sindacale e dipendente della Coca Cola, Alfredo Porras, sono stati
devastati da un nuovo raid degli uomini della 5^ brigata dell’esercito
colombiano. ‘Sinaltrainal’ ha denunciato altresí come i propri attivisti siano
costantemente oggetto di pedinamenti e intercettazioni telefoniche illegali, e
come le imprese imbottigliatrici della Coca
Cola abbiano ripetutamente violato accordi collettivi e diritti sindacali,
chiudendo arbitrariamente i propri impianti e licenziando i lavoratori senza
giusta causa.
“Le imprese
transnazionali come la Coca Cola e la
‘Nestlé’, impediscono in Colombia il libero esercizio sindacale” aggiunge
‘Sinaltrainal’. “All’interno delle fabbriche gli operai vivono in un clima di
repressione, controllati a vista da videocamere e personale armato. E’
sufficiente partecipare a una riunione sindacale per ricevere la notifica di
licenziamento e, se il lavoratore la impugna, é costretto a fare i conti
direttamente con le minacce dei capi della sicurezza, pagati dall’impresa”. Il
gravissimo clima d’intimidazione vissuto nelle fabbriche ha avuto come effetto
l’indebolimento della centrale sindacale, che ha visto negli ultimi due anni il
dimezzamento dei propri iscritti, in un paese, dove appena il 3% dei lavoratori
esercita il proprio diritto di affiliazione sindacale e dove negli ultimi 15
anni sono stati assassinati oltre 3.800 tra dirigenti e iscritti della CUT, la
Centrale Unitaria dei Lavoratori della Colombia.
La
Panamco di Colombia alla conquista della Coppa America
“Neghiamo ogni tipo di vincolo con qualsiasi violazione dei diritti umani” ha
inmediatamente commentato l’Ufficio degli Affari Internazionali della Coca Cola
da Atlanta, respingendo le accuse delle
centrali sindacali colombo-statunitense. “Le imbottigliatrici in Colombia sono
compagnie del tutto indipendenti dalla Coca Cola e per tanto la Compagnia non ha a che vedere con i suoi dipendenti
o sindacati”. Una smentita che tuttavia non trova riscontri oggettivi
nell’organigramma aziendale, in quanto la transnazionale concede dal 1951 il
monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei
propri prodotti alla ‘Panamco Indega Colombia’, filiale della ‘Panamerican
Beverages –Panamco’ di Miami (Florida), di cui proprio la Coca Cola Company
possiede il 24% del capitale azionario e conta su due rappresentanti nel
consiglio di amministrazione. L’88% del fatturato della Panamco é generato
appunto dalla produzione e dalla commercializzazione in tutta l’America Latina
dei prodotti del marchio Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione
sul mercato sudamericano delle note birre euopee ‘Kaiser’ ed ‘Heineken’.
Per ció che
riguarda la ‘Panamco Indega’, essa risulta proprietaria in Colombia di 20
impianti di produzione, 71 centri di distribuzione e oltre 1.500 camion da
trasporto. Diecimila i dipendenti della controllata
colombiana, a cui la Coca Cola Company,
fornisce il supersegreto concentrato-base della bevanda e il completo appoggio
nell’implementazione delle strategie di mercato. A capo della ‘Panamco Indega’ una potente cordata di
imprenditori del dipartimento di Antioquia (gli industriali
Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez ed Hernando Duque – gruppo
Fontibon), con articolati interessi nel settore alimentare, finanziario e dei
mezzi di comunicazione di massa. Presidente della ‘Panamco Colombia’ é Roberto
Ortiz, vicepresidente del consiglio di amministrazione della ‘Panamco’-madre di
Miami.
Prova di quanto
stiano a cuore alla transnazionale di Atlanta le sorti economiche e politiche
del paese sudamericano é il decisivo ruolo di pressione esercitato sulla
Confederazione calcio dell’America Latina per realizzare in Colombia la Coppa
America 2001, la cui organizzazione era stata sospesa proprio alla vigilia della data fissata per l’evento sportivo, a
seguito della recrudescenza del conflitto interno. La Coca Cola insieme alla ‘Master Card’, entrambi patrocinatori della
Coppa, hanno manifestato il loro ultimatum alla societá ‘Traffic’, proprietaria
dei diritti di commercializzazione e trasmissione televisiva del torneo
internazionale, perché rispettasse la data e la sede prevista; in caso
contrario le due transanazionali avrebbero ritirato il loro patrocinio con
perdite per la ‘Traffic’ e la Confederazione calcistica sudamericana per 80
milioni di dollari.
Nonostante le
oggettive difficoltá di tipo organizzativo e la diserzione di importanti Paesi
(vedi Argentina e Canada), a soli tre giorni dalla data prevista per l’inizio
della competizione, la Confederazione ha deciso di disputare l’appuntamento in
Colombia. Non si sarebbe potuto fare diversamente: la Coca Cola patrocinia dal 1974 i Campionati Mondiali di calcio e i
principali eventi internazionali giovanili della Fifa, mentre dal 1993 la
compagnia ha concesso il proprio marchio per la pubblicizzazione della Coppa
America.
Proprio a causa
del calcio, la Coca Cola ha subito
recentemente un’altra grave caduta d’immagine. Alla vigilia del campionato
mondiale Francia ’98, gli attivisti di ‘Transfair’, l’organismo internazionale
che certifica l’origine etica dei prodotti del commercio equo e solidale, hanno
documentato lo sfruttamento intensivo di minori nella fabbrica di palloni con
marchio Coca Cola a Sialkot
(Pakistan). Le foto di alcune bambine di 11 anni che incollavano e cucivano i
palloni hanno fatto il giro per il mondo, riprodotte in decine di quotidiani e
riviste di rilevanza internazionale.
Negli
ultimi due anni la Coca Cola é finita
ancora altre volte sotto accusa per violazioni dei diritti sindacali e fatti
relativi a gravi discriminazioni razziali. Nel novembre del 1999, un lungo
sciopero violentemente represso dalle forze dell’ordine, ha bloccato le
attivitá dell’impianto d’imbottigliamento della ‘Panamco Brasil’ di Jundiai
(Brasile), per protestare contro l’ingiustificato licenziamento di 67
lavoratori.
Nella
primavera dell’anno successivo, otto dipendenti hanno denunciato a New York il
management della Coca Cola Company
affermando di essere stati gravemente discriminati sul lavoro, perché neri.
Cosí l’organizzazione statunitense dei lavoratori neri della Coca Cola sono interventuti in occasione
dell’assemblea annuale degli azionisti, minacciando di dare il via ad un
boicottaggio su scala mondiale della bevanda se non fossero state adottate
misure contro la discriminazione razziale esistente negli impianti. Qualche
mese fa (aprile 2001), a Cuernavaca (Messico), le truppe antisommossa sono
intervenute per reprimere la protesta dei lavoratori della ‘Cooperativa
Pascual’, produttrice di bevande gassate, duramente colpita dalla politica
monopolistica della Coca Cola, che
impone a distributori e piccoli commercianti contratti di esclusivitá,
consentendo l’accesso ai propri prodotti e alla pubblicitá solo in caso di
assenza di altri marchi.
Per
sbarazzarsi di eventuali competitori – come nel caso della ‘Cooperativa
Pacual’, produttrice della popolare bevanda messicana ‘Boing’ – la Coca Cola regala ai rivenditori casse di
prodotti, frigoriferi e assicura la formazione in contabilitá e gestione
impresariale a coloro che si impegnano a vendere esclusivamente le bevande
della compagnia di Atlanta. I dipendenti della ‘Cooperativa Pascual’ hanno
altresí denunciato che la Coca Cola
“é arrivata a distribuire anche denaro per ottenere l’esclusiva”, riferendosi
in particolare alla giunta che amministra la cittá di Cuernavaca, e che avrebbe
ricevuto contributi per oltre 600.000 pesos messicani, in cambio della
decisione di vietare la presenza di altri produttori di bevande all’interno
degli stand dell’importante ‘Fiera annuale di primavera’. Un caso analogo si é
registrato all’interno dell’Universitá dello Stato di Morelos, in cui é stato
firmato un contratto di vendita esclusiva dei prodotti del marchio Coca Cola
con una societá in mano a Lino Korrodi, il cervello finanziario della campagna
presidenziale di Vicente Fox, quest’ultimo con un passato da manager della
transnazionale per l’intero mercato latinoamericano.
E mentre i
fatturati e i guadagni del colosso di Atlanta si preannunciano da record per il
2001, la dirigenza della compagnia ha recentemente annunciato il taglio di
6.000 posti di lavoro a livello mondiale, metá dei quali negli Stati Uniti,
nell’ambito della ristrutturazione del sistema produttivo decisa dal nuovo
presidente Douglas Daft.
LA LUNGA LISTA DELLE VIOLAZIONI DENUNCIATE DAL SINDACATO COLOMBIANO SININTRAL CONTRO I LAVORATORI DELLA COCA COLA E DI ALTRI IMPORTANTI TRANSNAZIONALI DEL SETTORE ALIMENTARE
Lavoratori assassinati
1986
Héctor Daniel Useche Beron (Nesté of Colombia)
1989
Luis Alfonso Vélez (Nestlé of
Colombia)
1993
Harry Laguna Triana (Cicolac Ltda)
1994
José Eleaser Manco David (Coca Cola)
1994
Luis Enrique Giraldo Arango (Coca
Cola)
1995 Luis Enrique Gomez Granada (Coca Cola)
1996
José Manuel Becerra (Cicolac Ltda)
1996
Toribio de la Hoz Escorcia (Cicolac
Ltda)
1996
Alejandro Hernandez V. (Cicolac
Ltda)
1996
Isidro Segundo Gil Gil (Coca Cola)
1996
José Libardo Herrera Osorio (Coca
Cola)
Lavoratori
sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi all’estero
1990
Antonio Rico Morales (Nestlé of
Colombia)
1995
Víctor Eloy Mieles Ospino (Cicolac
Ltda)
1996
Gonzalo Gómez Cervantes (Cicolac
Ltda)
1996
Adolfo Cardona Usma (Coca Cola)
1996
Gonazlo Quijano Mendoza (Beta
Ltda)
1998
Rafael Carvajal (Coca Cola)
Lavoratori
gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di lavoro
1995
Luis Eduardo García (Coca Cola)
1995 Rafael
Almenteros (Coca Cola)
1995
Alfonso Mutis (Coca Cola)
1995
Sessanta operai dell’impresa ‘Granja La Catorce’ nella Sierra Nevada di Santa Marta (Magdalena), di
proprietá della societá Indunal S.A.,
del Senatore Fuad Char Abdala.
1996 Oscar Tascón Abadía (Cicolac Ltda)
1996
Tomás Enrique Galindo (Cicolac
Ltda)
1996
Alfonso Daza Alfaro (Cicolac Ltda)
1996
Gabriel Serge (Cicolac Ltda)
1996
Martín Emilio Gil Gil (Coca Cola)
1996
Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1998
Luis Javier Correa Súarez (Coca
Cola)
Lavoratori
arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione, torturati e successivamente
liberati perché innocenti
1984
Jaime Gómez Díaz (Coca Cola)
1984
Efraín Surmay (Coca Cola)
1984
Rafael Almenteros (Coca Cola)
1984
Heriberto Gutiérrez (Coca Cola)
1984
Julio Alberto Arango (Coca Cola)
1984
Humberto Cortés (Coca Cola)
1995
Luis Javier Correa Súarez (Coca
Cola)
1995
Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996
Luis Eduardo García (Coca Cola)
1996
José Domingo Flórez (Coca Cola)
1996 Sergio
A. López (Coca Cola)
1996
Alvaro González (Coca Cola)
1996
Luis Javier Correa (Coca Cola)
1996
Edgar A. Páez (Sinaltrainal)
1996
Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996
Eduardo Ortega (Beta Ltda)
1996
Alvaro Villafañe (Nestlé of
Colombia)
1996 Rafael
Moreno (Sinaltrainal)
1996
Alfonso Barón (Cicolac Ltda)
1996
Hernando Seirra (Cicolac Ltda)
Sindacalisti
dell’impianto Coca Cola di Carepa
(Urabá-Antioquia) costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia
1985
Elías Muñoz
Bernardo Alcaraz
Jannio Barrios
Jaime Cano
Consuelo Montoya
Robert Harold López
Wilson Montoya
Rodrigo Rueda
Rubiel Goez
Jesús Emilio Giraldo
Humberto Ramirez
1996
Dolahome Tuberquia
Giovanny Gómez
Hernán Manco
Oscar Darío Puerta
Oscar Alberto Giraldo
Luis Adolfo Cardona
Ingerenze
arbitrarie ed illegali nella vita dei lavoratori e delle rispettive
organizzazioni
1995
Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze
speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga.
1996
Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze
speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga e Cúcuta.
1996
Raid nell’abitazione di Beatriz Ardila Reyes, Segretaria del Sindacato
di Bucamaranga.
1996 I
lavoratori della Coca Cola di
Cúcuta, Alfredo Porras e Jimmy Helberto Fontecha vengono fermati, identificati
ed interrogati da appartenenti alla polizia e ad un gruppo paramilitare
1996
Gruppi paramilitari costringono 70 lavoratori della fabbrica della Coca
Cola di Carepa (Urabá Antioqueño) ad abbandonare il sindacato a cui sono
iscritti.
1997 Raid contro Cooincoproco e nell’abitazione di Alfredo Porras (Coca Cola), da parte della 5^ Brigata dell’Esercito.
Dal sito di MANITESE:
________COCA-COLA: BIMBI, PALLONI E BOLLICINE
Se chiedete a Shehzadi come va a scuola, scoppia a piangere. Piange perché si vergogna: ha 11 anni, frequentava la quarta elementare, ma è appena stata bocciata. Non perché a scuola non andasse bene. Anzi, a Schehzadi piace. Ma questanno i suoi genitori non avevano le 300 rupie (12.600 lire) necessarie per iscriverla allesame. Quindi niente da fare: dovrà ripetere la quarta. E chissà se potrà mai ripetere le elementari.
Schehzadi è la bambina ritratta nella fotografia mentre, accucciata sul pavimento di casa, cuce palloni rossi e neri che portano contemporaneamente 3 marchi: quello della Coca-Cola, quello Fifa e quello dei Mondiali 98 di Francia. Vive in una località vicino a Sialkot, nel Pakistan occidentale. Di solito cuce due palloni di calcio al giorno. Le basterebbe la paga di 10 palloni per pagarsi le tasse scolastiche, ma ogni rupia che riesce a guadagnare, viene destinata alla pura sopravvivenza della famiglia.
Schehzadi e la sua famiglia sono stati fotografati nel marzo 1998 da Stefan Durwael, il direttore generale della centrale olandese del commercio equo (Fair Trade Organisazie). Quindici giorni fa una missione italiana di TransFair, lorganismo internazionale che certifica lorigine etica dei prodotti del commercio equo e solidale, è tornata a Sialkot. I 5 componenti del gruppo si sono visti puntare i fucili addosso mentre filmavano gli esterni di una fabbrica che aveva fatto dipingere un cartello fuori dal cancello: "No Child Labour Here", qui non cè lavoro minorile. Costretti ad entrare nella fabbrica il proprietario ha spiegato che la sua azienda era vittima di un complotto, perché i palloni ritratti nelle fotografie erano destinati proprio a lui. Ma ha aggiunto che quelle foto erano contraffatte. A Sialkot la tensione è altissima. Lattivista dei diritti umani che ha guidato gli uomini di TransFair nelle case dove si cuciono i palloni che riproducono il marchio Coca-Cola e di altri grandi nomi internazionali è stato bersaglio di due attentati. Persino suo fratello è stato minacciato di morte. La Talon, la prima azienda di Sialkot ad accettare di produrre palloni eliminando da subito e al 100% il lavoro minorile e pagando stipendi molto più alti della media, è nel mirino dei servizi segreti pakistani.
Quello dei palloni cuciti a mano è un business con margini alti quasi quanto quelli del commercio di stupefacenti. "Un pallone che viene messo in vendita in Europa per almeno 50mila lire in Pakistan viene retribuito poche centinaia di lire, affermano i responsabili di TransFair Italia. Anche raddoppiando la paga dei cucitori, il costo resterebbe bassissimo".
Ma ad Atlanta Ben Deutsch, responsabile delle relazioni pubbliche della Coca-Cola, afferma: "Queste sono accuse che noi prendiamo molto seriamente e su cui indagheremo a fondo, perché la Coca-Cola è profondamente contraria a qualsiasi violazione dei diritti umani e dei lavoratori. Se alla fine scopriremo che un nostro fornitore ha fatto uso di lavoro minorile, allora troncheremo qualsiasi rapporto daffari e gli faremo causa. Ma siamo convinti che si tratti di una contraffazione". Per iscritto il comunicato diffuso usa una terminologia più cauta e recita: "Dopo aver ricevuto queste denunce, tutte le misure anti-lavoro minorile sono state rinforzate e al sistema interno è stato ordinato di essere vigilanti nei confronti di questo problema".
Riccardo Orizio
FONTE: CORRIERE DELLA SERA MAGGIO 1998
_______________COCA-COLA
Mr. Ben Deutsch
The Coca-Cola Co
1 Coca-Cola Plaza North West
Atlanta GA 30313
U.S.A.
Dear Mr. Deutsch,
we have known that Pakistan children are employed for sewing soccer balls. In some photos, published on the Italian newspaper "Corriere della Sera", is portrayed a she-child while sewing balls marked with the logo "Coca Cola". We also read about your declarations, according to which you have some rules prohibiting this kind of exploitation. This means: or controls don't exist and your interest is to pay the less is possible the goods for merchandising, or the supplyings' controls have some gaps that should be filled in.
We besides inform you that there is an international enterprise with the goal to stop the exploitation of child labour for balls' sewing. This enterprise is joined by a Pakistan factory (precisely the Talon Co.), which has engaged itself to immediately eliminate the whole child labour and recognize higher wages to workers. The soccer ball there produced has impressed a logo guaranteeing the respect of this enterprise. We are asking you therefore, not only to investigate on what happened, but also to turn yourself to factories such as the Talon for the next purchases.
Yours Faithfully
____________TRADUZIONE
Egregio Sig. Presidente, siamo venuti a conoscenza del fatto che per cucire palloni di calcio vengono utilizzati bambini pakistani. Nelle foto, pubblicate sul quotidiano italiano "Corriere della Sera", viene ritratta una bambina mentre cuce palloni con il vostro marchio. Abbiamo letto anche delle vostre dichiarazioni, secondo le quali avete delle regole che proibiscono questo tipo di sfruttamento. Ciò significa che o non esistono controlli e il vostro interesse è quello di pagare il meno possibile la merce che usate per farvi pubblicità, oppure che i controlli dei fornitori hanno delle lacune che vi chiediamo di colmare. Vi informiamo inoltre che esiste uniniziativa a livello internazionale che ha come obiettivo quello di porre fine allo sfruttamento di manodopera minorile per la cucitura di palloni di calcio. A questa iniziativa partecipa una fabbrica pakistana della regione di Sialkot (precisamente la Talon) che si è impegnata da subito ad eliminare al 100% il lavoro minorile e a riconoscere stipendi più alti ai lavoratori. Il pallone che viene prodotto riporta un marchio che garantisce il rispetto delliniziativa. Vi chiediamo quindi, oltre ad indagare su quanto successo, di rivolgervi a fabbriche come la Talon per le vostre prossime commesse. Distinti saluti.